Rebel Songs
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martedì, giugno 14, 2005

Ivan Della Mea


..Quando la lotta è di tutti per tutti,il tuo padrone, lo sai, cederà;se invece vince è perché i crumiri gli dan la forza che lui non ha ...
Ivan Della Mea, nato Luigi Della Mea a Lucca è stato una delle figure più rappresentative della canzone politica e sociale italiana, oltre che scrittore, giornalista e militante politico.Trasferitosi da bambino a Milano, Della Mea iniziò a lavorare giovanissimo in fabbrica e nella stampa. Dal 1956 adottò il nome "Ivan" e si avvicinò al Partito Comunista Italiano, iniziando una carriera di cantautore impegnato, spesso in dialetto milanese. Fu tra i fondatori, insieme a Gianni Bosio, del Nuovo Canzoniere Italiano, movimento centrale per la nuova canzone politica degli anni Sessanta, che mirava a recuperare e reinterpretare la tradizione popolare in chiave militante. Ivan Della Mea è considerato uno dei simboli della canzone militante italiana, capace di unire musica, politica e ricerca delle radici popolari.




Ivan della Mea - Wikiradio raccontato da Mimmo Franzinelli



O cara moglie - Ivan Della Mea

domenica, novembre 03, 2019

O cara moglie - Ivan Della Mea



Ivan Della Mea
La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare. 
"O cara moglie" di Ivan Della Mea, pubblicata nel 1966, è una canzone che racconta le difficoltà e le ingiustizie vissute dai lavoratori durante le lotte operaie.
Il protagonista, licenziato senza pietà dopo aver partecipato a uno sciopero per difendere i diritti dei lavoratori, narra alla moglie il suo licenziamento e le conseguenze di questa decisione. 
La canzone, cantatissima nell'autunno caldo 1968, denuncia la brutalità del sistema padronale, che sfrutta i lavoratori e li ricatta, costringendoli a piegarsi alle sue richieste. La dignità e la forza della classe operaia che lotta per la libertà e i diritti sono al centro del brano.

Questo si è visto davanti ai cancelli: noi si chiamava i compagni alla lotta, ecco: il padrone fa un cenno, una mossa, e un dopo l'altro cominciano a entrar. O cara moglie, dovevi vederli venir avanti curvati e piegati; e noi gridare: crumiri, venduti! e loro dritti senza piegar. Quei poveretti facevano pena ma dietro loro, la sul portone, rideva allegro il porco padrone: l'ho maledetto senza pietà . 

Il protagonista cerca di non coinvolgere il figlio nel suo sfogo per proteggerlo dalla propria rabbia verso i colleghi crumiri e il padrone che considera ingiusto. 
Tuttavia, in seguito, lo sfogo si trasforma in un momento di orgoglio e diventa un'occasione per trasmettere insegnamenti al figlio sull'importanza dei valori e della giustizia.

Quando la lotta è di tutti per tutti il tuo padrone, vedrai, cederà ; se invece vince è perchè i crumiri gli dan la forza che lui non ha. 

La frase sottolinea il valore della solidarietà tra i lavoratori, evidenziando come solo attraverso l'unione delle forze si possa sperare di ottenere risultati significativi. 
La lotta collettiva è vista come la chiave per mettere in difficoltà il "padrone", mentre i "crumiri" vengono identificati come coloro che, rompendola, rafforzano la posizione del padrone, ostacolando così il raggiungimento della giustizia e dei diritti dei lavoratori. 
Della Mea, con queste parole, esprime chiaramente che la divisione tra i lavoratori favorisce chi detiene il potere e l'oppressione.

 

COVER

  • 2013 Cisco nell'album Cisco dal Vivo Vol.2

venerdì, giugno 26, 2026

Il vestito di Rossini - Paolo Pietrangeli


Il vestito di Rossini di Paolo Pietrangeli: significato della canzone tra giustizia e memoria sociale

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare. 
Il vestito di Rossini è una delle canzoni che meglio rappresentano il modo di intendere la canzone politica di Paolo Pietrangeli.
Pubblicata nel 1969, unisce racconto, denuncia sociale e memoria storica. 
Dal punto di vista musicale, il brano si ispira a una cavatina di Gioachino Rossini, creando un forte contrasto tra l’eleganza della struttura melodica e la durezza della vicenda narrata.
La canzone racconta la storia di un operaio di nome Rossini, iscritto al partito e coinvolto in uno sciopero che degenera in scontri con le forze dell’ordine. 
Nel caos della piazza viene accusato ingiustamente di aver colpito un agente con un sampietrino. 
In realtà non ha preso parte alle violenze: stava cercando di soccorrere un ragazzo ormai privo di sensi. Quando viene fermato, però, ha ancora in mano il sampietrino e il vestito macchiato di sangue. 
Sono proprio questi elementi a trasformarlo nel colpevole ideale.
E l'indomani, quando era già l'alba, apri l'armadio e il vestito si mise, guardo allo specchio e la faccia sorrise, guardo allo specchio e si disse di sì. E andò alla fabbrica ed erano in mille, tutti gridavano l'odio e il furore; forse Giovanna il vestito vedeva in quella folla fra tanto colore.
Quel giorno Rossini aveva indossato il suo vestito migliore, quello delle occasioni importanti, l’unico elegante che possedeva, perché così usava fare nelle manifestazioni operaie.
Arrestato, viene sottoposto a un interrogatorio duro e intimidatorio. 
Il commissario pretende una confessione, sostiene di avere testimoni e lascia intendere di poter ricorrere alla violenza pur di ottenere una dichiarazione. 
"Come ti chiami?". "Ve l'ho già detto". "Ripeti ancora, non ho capito". "Sono Rossini, iscritto al partito, sor commissario, mi conoscete". "Confessa allora, tu l'hai colpito, non mi costringere a farti del male, tu sai benissimo, conosco dei mezzi che anche le tombe fanno parlare". 
La frase «conosco dei mezzi che anche le tombe fanno parlare» diventa il simbolo della pressione fisica e psicologica esercitata dal potere.
Rossini viene condannato e trascorre vent’anni in carcere. 
Intanto il tempo continua a scorrere fuori dalla prigione: Giovanna si rifà una vita, ha dei figli, invecchia. 
Attraverso questa vicenda, Pietrangeli costruisce una riflessione più ampia sulla sproporzione della giustizia, sul rapporto tra repressione e responsabilità e sul costo umano dei conflitti sociali.
Il clima evocato dal brano richiama le tensioni e gli scontri che attraversarono l’Italia del dopoguerra e degli anni Sessanta; alcuni vi hanno letto anche un’eco della ferita lasciata dalla strage di Reggio Emilia del 1960.
"Sor commissario voi lo sapete quali che sono i veri assassini, quelli al servizio degli aguzzini che questa vita ci fanno fare. E questo sangue che ho sul vestito è solo il sangue degli innocenti che protestavano perchè fra i denti solo ingiustizia hanno ingoiato"
Figlio del regista Antonio Pietrangeli e di Margherita Ferrone, Paolo Pietrangeli iniziò a scrivere canzoni negli anni Sessanta orientandosi fin da subito verso temi sociali e politici. 
Dal 1966 entrò a far parte del Nuovo Canzoniere Italiano, esperienza fondamentale nella costruzione di una nuova musica popolare impegnata, condivisa con artisti come Giovanna Marini e Ivan Della Mea.
In quegli anni alcune sue composizioni divennero la colonna sonora delle mobilitazioni giovanili e dei movimenti di sinistra che attraversarono l’Italia a partire dal 1968.
Tra queste Valle Giulia e soprattutto Contessa, destinata a diventare una delle canzoni politiche più riconoscibili della storia italiana.
Pietrangeli ricordò così il senso di quell’esperienza: «Pensavamo che una società più giusta fosse possibile e con la musica aiutavamo a far capire ai più deboli che bisognava impegnarsi per cambiare le nostre condizioni».
Attraverso le sue canzoni ha raccontato il Sessantotto, le tensioni sociali del Paese e il desiderio di cambiamento di un’intera generazione.
Nel 2021 gli fu assegnato il Premio Tenco alla carriera, riconoscimento che arrivò poco prima della sua scomparsa e che valorizzò una qualità spesso trascurata: la capacità di unire impegno civile, ironia, profondità poetica e attenzione alle storie individuali.
Paolo Pietrangeli morì il 22 novembre 2021, lasciando un’eredità importante come cantautore, regista e autore che ha saputo raccontare una parte fondamentale della storia civile italiana.

Ascolta su Spotify

Tracce e letture consigliate:
Web:
Paolo Pietrangeli – La biografia, dai capolavori del folk politico alla regia del Maurizio Costanzo Show e di film come I giorni cantati.
Discografia:
Paolo Pietrangeli - Mio caro padrone domani ti sparo (LP). Etichetta:I Dischi del Sole, 1970. 

sabato, novembre 29, 2025

Per i morti di Reggio Emilia - Fausto Amodei



Per i morti di Reggio Emilia: significato, storia e analisi della canzone

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Per i morti di Reggio Emilia fu scritta nel 1960 dal cantautore torinese Fausto Amodei dopo i drammatici scontri del 7 luglio a Reggio Emilia, durante le manifestazioni contro il governo Tambroni. La canzone nasce come denuncia e come atto di commemorazione: ricorda gli operai e i cittadini uccisi dalla polizia, sottolineando come quel sangue versato sia «sangue di tutti», un richiamo alla solidarietà e alla continuità della lotta partigiana e operaia contro ogni forma di oppressione. 
Nei primi anni successivi al 1960 la diffusione del brano rimase piuttosto limitata, anche all’interno della stessa sinistra. 
Sebbene fosse stato inserito in alcuni spettacoli e inciso in uno dei primi dischi dei Cantacronache, divenne un autentico “canto di lotta” soltanto con il movimento del ’68, che lo adottò e lo diffuse così ampiamente da farlo spesso circolare come brano «di autore anonimo». 
La canzone trasforma un episodio tragico in un luogo della memoria collettiva: attraverso parole e musica accoglie e custodisce nomi, persone ed eventi legati alla storia partigiana. 
Le lotte degli scioperanti si intrecciano idealmente con quelle dei partigiani, e il brano diventa un nucleo simbolico attorno al quale una comunità può riconoscersi, ricordare e ritrovare la propria identità storica.
Compagno cittadino, fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia son morti dei compagni per colpa dei fascisti
Il testo presenta richiami espliciti alla tradizione della Resistenza: dalla citazione di Fischia il vento alla chiusura che omaggia Bandiera rossa. Proprio come Fischia il vento, che riprendeva una melodia russa, anche Amodei cercò di dare alla sua composizione un’impronta “russa” sia nella melodia sia nell’armonia della strofa e del ritornello, riprendendo direttamente un passaggio da uno dei Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij.
La canzone richiama inoltre la vicenda dei fratelli Cervi, contadini della pianura padana e tra i primi a unirsi alla Resistenza. I sette fratelli, insieme al compagno Quarto Camurri, furono fucilati il 28 dicembre 1943 dai repubblichini al poligono di tiro di Reggio Emilia. La loro storia è divenuta uno dei simboli più noti della lotta partigiana.
Tra le figure ricordate compare infine Duccio Galimberti (Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti), avvocato e partigiano cuneese, protagonista della Resistenza piemontese e tra gli organizzatori delle Brigate Giustizia e Libertà. Dopo la caduta di Mussolini partecipò attivamente all’antifascismo e fu arrestato dai nazifascisti nel novembre 1944. Torturato senza mai rivelare nomi o informazioni, morì poco dopo a causa delle ferite; il suo corpo fu poi abbandonato nei pressi di Centallo dopo una finta fucilazione, il 3 dicembre 1944. È ricordato come uno degli eroi della Resistenza ed è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.
La strage di Reggio Emilia ebbe luogo il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città. In quell’occasione le forze dell’ordine aprirono il fuoco contro civili inermi, uccidendo cinque operai iscritti al PCI: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Da allora sono ricordati come “i morti di Reggio Emilia”.
L’eccidio rappresentò il punto più alto di un periodo di forte tensione politica che interessò tutta l’Italia, segnato da numerosi scontri tra manifestanti e polizia. La crisi era stata innescata dalla formazione del governo Tambroni, un monocolore democristiano retto dal decisivo appoggio esterno del MSI, e dalla decisione di autorizzare lo svolgimento del congresso missino a Genova, città partigiana e medaglia d’oro della Resistenza. La scelta provocò indignazione diffusa e diede vita a una mobilitazione popolare di massa.
Il Presidente del Consiglio Fernando Tambroni aveva autorizzato l’uso delle armi in “situazioni di emergenza” e, nel corso di quelle settimane, in tutto il Paese si contarono undici morti e centinaia di feriti.
Il 7 luglio, la polizia caricò con estrema violenza operai e cittadini, usando armi da fuoco. L’intervento, ordinato dal governo Tambroni, si trasformò rapidamente in un eccidio: furono esplosi 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola. Gli edifici delle due piazze coinvolte e molte vetrine vennero crivellati dai proiettili. Oltre ai cinque morti, si contarono 21 feriti da arma da fuoco, sedici dei quali ricoverati in ospedale; altri evitarono le cure per non essere identificati. Tra le forze dell’ordine si registrarono cinque contusi e vennero effettuati 23 arresti, con numerose denunce.
Le testimonianze dell’epoca descrivono quei minuti come un inferno di spari e urla: un commesso, presente con un magnetofono per registrare il comizio sindacale, catturò accidentalmente 35 minuti di documentazione sonora, fatta di colpi, grida e sirene.
L’Amministrazione comunale organizzò le esequie pubbliche; la camera ardente fu allestita nell'atrio del Teatro Municipale, a pochi metri dal luogo della strage. Ai funerali civili, comuni per le cinque vittime, presero parte circa 150.000 persone, tra cui molte personalità politiche: Palmiro Togliatti, parlamentari di vari schieramenti e padri costituenti come Nilde Iotti e Ferruccio Parri. La città reagì con enorme partecipazione.
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli, dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli.
La repressione di quei giorni, culminata nel massacro di Reggio Emilia, segnò un momento decisivo della crisi politica nazionale e contribuì in modo determinante alla caduta del governo Tambroni. La memoria delle vittime rimane un simbolo delle lotte per la democrazia e i diritti dei lavoratori.
Nel 1964 si svolse a Milano il processo contro il vicequestore Cafari Panico e l’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise, presieduta da Curatolo, assolse entrambi: Cafari Panico con formula piena perché “il fatto non sussiste”; Celani, riconosciuto da più testimoni come colui che aveva preso la mira e ucciso Afro Tondelli, fu assolto per insufficienza di prove.

Cinque persone rimasero uccise, sul posto o spirando poco dopo in ospedale:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;
Marino Serri (1919), operaio di 41 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, è il quinto di otto fratelli;
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, ex-partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi (commissario politico distaccamento "Amendola"), sposato, con due figli.


Nell’immediatezza dei fatti, il cantautore Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia, interpretata negli anni da voci memorabili come Milva e Maria Carta. Una versione più recente è quella di Francesco Guccini, che ha scelto il brano come traccia d’apertura del suo album Canzoni da intorto (2022).
La rivolta di Reggio Emilia è ricordata anche nell’opera La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini , che include due fotografie scattate casualmente durante gli scontri, una delle quali compare anche sulla copertina del libro. La strage del 7 luglio è citata inoltre in diversi lavori: il film Don Camillo monsignore... ma non troppo, il romanzo di Paolo Nori Noi la farem vendetta (2006), la canzone Bufera del gruppo Giardini di Mirò (2010) e Piccola Storia Ultras degli Offlaga Disco Pax (2012).
Quella di Fausto Amodei non è soltanto una canzone: è memoria viva, atto politico, documento civile e opera poetica. Considerato una delle voci storiche del cantautorato italiano e tra i più importanti autori della canzone politica, Amodei ha composto brani diventati veri e propri inni nelle manifestazioni della sinistra. A Torino fu tra i fondatori di Cantacronache  insieme a Michele Straniero, Giorgio De Maria, Margot, Emilio Jona e Sergio Liberovici  un collettivo che avviò una vera rivoluzione: la musica come strumento di denuncia sociale, veicolo di consapevolezza e linguaggio nuovo per raccontare la realtà.
Nato a Torino il 18 giugno 1934, Amodei iniziò giovanissimo a studiare fisarmonica, passando poi al pianoforte e infine alla chitarra. Diplomatosi al Liceo Alfieri e laureatosi in architettura al Politecnico di Torino, affiancò alla musica un forte impegno politico. Militò nel movimento Unità Popolare, fondato da Ferruccio Parri, e nel 1966 fu eletto deputato del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
Con Cantacronache si distaccò dagli standard musicali dell’epoca dominati da melodie leggere e testi sentimentali  affrontando temi politici e d’attualità. Nascono così brani come Il tarlo, feroce critica al capitalismo; La zolfara, cronaca di un incidente minerario portata al successo da Ornella Vanoni o Qualcosa da aspettare, poi riproposta da Enzo Jannacci .
Nel 1962, conclusa l’esperienza di Cantacronache, Amodei entrò nel Nuovo Canzoniere Italiano, accanto a figure come Gianni Bosio e Roberto Leydi. Contribuì a numerosi spettacoli insieme a Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli e Gualtiero Bertelli. 
La marcia della pace, incisa da Maria Monti nell’album Le canzoni del no: un disco sequestrato per il carattere sovversivo del brano, scritto con il poeta Franco Fortini, soprattutto per il verso “E se la patria chiama, lasciatela chiamare”, interpretato come invito all’obiezione di coscienza.
Nel 1972 Amodei pubblicò Se non li conoscete, che comprendeva la satira politica Fanfaneide, La taylorizzazione, Perché una guerra, Proclama di Camillo Torres e Le disgrazie non vengono mai sole. Due anni dopo uscì L’ultima crociata, album incentrato  nella sua prima parte  sul referendum sul divorzio. Sarà la sua ultima incisione per oltre trent'anni.
Nel 1975 ricevette il Premio Tenco; l’anno successivo compose la cantata Il Partito, ispirata alle memorie della dirigente comunista Camilla Ravera. Nel 1983 collaborò con Raffaella De Vita per lo spettacolo antimilitarista Gli allegri macellai. Dopo un lungo silenzio discografico, nel 2005 tornò con l’album Per fortuna c’è il Cavaliere, una pungente satira antiberlusconiana, accompagnato dalla ripresa dell’attività concertistica. Il suo ultimo lavoro è del 2021: Fausto Amodei canta Georges Brassens.





martedì, luglio 10, 2007

Hasta Siempre - Carlos Puebla



La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
"Hasta Siempre" è una canzone che ha avuto un impatto profondo nella musica e nella storia della rivoluzione cubana, diventando uno degli inni più riconosciuti legati alla figura di Che Guevara
Scritta e interpretata da Carlos Puebla nel 1965, la canzone è stata ispirata dalla celebre Carta de despedida che Guevara scrisse a Fidel Castro e al popolo cubano prima di lasciare l'isola per proseguire la sua lotta rivoluzionaria in altre parti del mondo, in particolare in Bolivia. 
Nel testo, Puebla fa riferimento ai momenti cruciali della vita di Che: dalla sua partecipazione alla Rivoluzione cubana, alla lotta nella Sierra Maestra, fino alla storica Battaglia di Santa Clara che segnò una vittoria decisiva per la rivoluzione. 
Aprendimos a quererte desde la historica altura donde el sol de tu bravura le puso cerco a la muerte. Aqui se queda la clara,la entrañable transparencia de tu querida presencia,comandante Che Guevara.
Ernesto Guevara
Tuttavia, ciò che prevale è il sentimento di tristezza e orgoglio che pervade i cubani di fronte alla partenza del Che, che pur lasciando Cuba, rimane un esempio di devozione alla causa rivoluzionaria. 
La canzone, che fu incisa dal gruppo Carlos Puebla y Sus Tradicionales, è stata ripresa innumerevoli volte da altri artisti, sia in versione tradizionale che in interpretazioni più moderne.
"Hasta Siempre" è diventata una sorta di inno per i rivoluzionari di tutto il mondo, simbolo della lotta per la giustizia sociale e dell'internazionalismo. 
Vienes quemando la brisa con soles de primavera para plantar la bandera con la luz de tu sonrisa..Aqui ...Tu amor revolucionario te conduce a nueva empresa, donde esperan la firmeza de tu brazo libertario..
La sua melodia e il suo messaggio di speranza e impegno sono ancora oggi riconosciuti come parte integrante della cultura cubana e del movimento rivoluzionario globale
.
...nel 1965, quando Fidel nella Piazza della Rivoluzione, lesse la lettera di commiato del Che. Quello fu molto suggestivo e presto mi misi a lavorare: durante la notte scrissi quella canzone. Il giorno dopo la mostrai a mia moglie Rosalba e chiamai a "Los Tradicionales" per provarla. Volevo trasportare il messaggio del Che verso altre terre del mondo per continuare ad offrire il suo contributo alla lotta rivoluzionaria. Non avevo dubbi che in quei Paesi sarebbe rimasta la sua cara presenza. 
Carlos Puebla 



(Traduzione)
Abbiamo imparato ad amarti
sulla storica altura
dove il sole del tuo coraggio
ha posto un confine alla morte.
Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.
La tua mano gloriosa e forte
spara sulla storia quando tutta Santa Clara
si sveglia per vederti.
Qui rimane la chiara ...
Vieni bruciando la nebbia
come un sole di primavera,
per piantare la bandiera
con la luce del tuo sorriso.
Qui rimane la chiara ...
Il tuo amore rivoluzionario
ti spinge ora a una nuova impresa dove aspettano la fermezza
del tuo braccio liberatore.
Qui rimane la chiara ...
Continueremo ad andare avanti
come fossimo insieme a te
e con Fidel ti diciamo:
Per sempre, Comandante!
Qui rimane la chiara ...



“…Altre terre del mondo reclamano i miei modesti sforzi.
Io posso affrontare ciò che a te è negato dalle responsabilità nei confronti di Cuba, ed è giunta l'ora di separarci.
Si sappia che lo faccio con un misto di contentezza e dolore; qui lascio la parte più pura delle mie speranze di costruttore e il più amato tra gli esseri che amo…e lascio un popolo che mi ha accolto come un figlio: questo lacera una parte del mio spirito.
Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai trasmesso, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque si manifesti; questo conforta e lenisce abbondantemente qualsiasi lacerazione.
Ribadisco che libero Cuba da qualsiasi responsabilità, salvo quella che emana dal suo esempio.
E se arriverà la mia ultima ora sotto altri cieli, l'ultimo pensiero sarà per questo popolo e in modo particolare per te.
Ti sono grato per ciò che mi hai insegnato, per il tuo esempio e cercherò di essergli fedele fino all'ultimo dei miei gesti.
Mi sono sempre identificato nella politica estera della nostra rivoluzione e continuo a farlo. Ovunque possa andare sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale mi comporterò.
Non lascio ai miei figli e a mia moglie nessun bene materiale e questo non mi dispiace: sono contento che sia così.
Non chiedo nulla, poiché lo stato fornirà loro quanto serve a vivere e a studiare.
Avrei tante cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che non ce n'è bisogno, le parole non possono esprimere ciò che vorrei, e non vale la pena di riempire altri fogli.
Fino alla vittoria sempre. Patria o morte!
Un abbraccio con tutto il fervore rivoluzionario”


(dalla lettera scritta dal Che a Fidel Castro nel 1965)



COVER
  • 1997   Motivés nell' album Motivés: Chants de Lutte
  • 2018    Ivan Della Mea nell' album È finito il sessantotto? 50°

FILM REBEL


Titolo Che - Guerriglia
Anno 2009
Durata 2h 11min
Età T
Regista Steven Soderbergh
Cast Benicio del Toro Ernesto Che Guevara Catalina Sandino Moreno Aleida March Franka Potente Tania (Haydee Tamara Bunke Bider) Demián Bichir Fidel Castro