Rebel Songs
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giovedì, gennaio 08, 2009

L'Attentato A Togliatti – F. De Gregori & G. Marini


L’attentato a Togliatti di Marino Piazza: storia, significato e contesto storico

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
La mattina del 14 luglio alle 11.30 , il segretario generale del PCI Palmiro Togliatti ,viene gravemente ferito dai colpi di pistola sparati dal giovane siciliano Antonio Pallante.
Alle ore undici del quattordici luglio dalla Camera usciva Togliatti,quattro colpi gli furono sparati da uno studente vile e senza cuor.
Sembra che dopo gli spari Palmiro Togliatti si raccomandasse a Nilde Iotti che li era vicina all'uscita di Montecitorio, di passare parola ai vertici del PCI di non appoggiare in nessun modo i tentativi insurrezionali che sicuramente sarebbero scattati, una volta che si fosse sparsa la notizia dell'attentato.
Il testo di questa canzone riassume i fatti di questo attentato, l'autore è il cantastorie Marino Piazza.
Il periodo subito dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, il Paese sfiora la guerra civile come sembra avesse già ipotizzato Togliatti.
A placare l’animi delle rivolte del popolo di sinistra è proprio lo stesso Togliatti , che dopo l’operazione, impone al PCI di sedare gli animi e fermare la rivolta.
Si ritiene che abbiano contribuito a moderare gli animi anche le imprese di Gino Bartali, vittorioso al Tour de France.
Il gesto insano, brutale e crudele al deputato dei lavoratori, protestino contro gli attentatori della pace e della libertà . L'onorevole Togliatti auguriamo che ben presto ritorni al suo posto, a difendere il paese nostro, l'interesse di noi lavorator

Un piccolo errore nella canzone, probabilmente dettato dal perbenismo dell'epoca, riguarda un dettaglio. Infatti, non fu Rita Montagnana, moglie di Togliatti, ad accompagnarlo in ospedale, ma Nilde Iotti, con la quale Togliatti aveva una relazione segreta. La loro relazione, che durò fino alla morte di Togliatti nel 1964, non fu formalizzata da un matrimonio, ma fu intensa e caratterizzata anche dalla loro comune azione politica e sociale, con Nilde che proseguì poi una brillante carriera politica, diventando la prima donna Presidente della Camera dei Deputati in Italia.

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venerdì, dicembre 14, 2007

I Funerali Di Berlinguer-Modena City Ramblers



La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Traccia numero sei del cd Riportando Tutto A Casa del 1994 i Funerali Di Berlinguer dei Modena City Ramblers racconta dei funerali di Enrico Berlinguer nel giugno '84 vista da un gruppo di militanti di Carpi che volle parteciparvi. Enrico Berlinguer è stato un politico italiano, segretario generale del Partito Comunista Italiano (PCI) dal 1972 fino alla sua morte.

Un popolo intero trattiene il respiro e fissa la bara, sotto al palco e alla fotografia. La città sembra un mare di rosse bandiere e di fiori e di lacrime e di addii.

Enrico Berlinguer
Il racconto della morte di Enrico Berlinguer è uno degli episodi più toccanti nella storia politica italiana del dopoguerra. La sua morte avvenne in circostanze drammatiche, segnando profondamente il Partito Comunista Italiano e la popolazione italiana.
Dopo una legislatura da parlamentare europeo (eletto nel 1979 per le liste del PCI), in vista delle successive elezioni del 1984 Berlinguer si recò a Padova il 7 giugno,sul palco di Piazza della Frutta, dove effettuò un appassionato comizio. Poco dopo aver pronunciato la frase: "Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda" venne colpito da un ictus. Evidentemente provato dal malore, continuò il discorso fino alla fine], nonostante anche la folla, dopo i cori di sostegno, urlasse "basta, Enrico!". Le persone che lo stavano ascoltando lo trasportarono in albergo dove, crollando, si addormentò sul letto della sua stanza, entrando subito in coma. Venne chiamato un medico che constatò la gravissima situazione. Venne trasportato all'ospedale Giustinianeo, ma i soccorsi furono vani: un comunicato datato 11 giugno del sovrintendente sanitario affermò che il politico sardo era venuto a mancare alle 12:45.
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò subito a Padova per recarsi da Berlinguer. Fece in tempo ad entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Poche ore dopo il decesso, si impose per trasportare la salma sull'aereo presidenziale, citando la frase: Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta. Commovente fu il suo saluto al funerale dove si chinò con la testa sopra la bara, baciandola.
Gli amici e i compagni lo piangono, i nemici gli rendono onore, Pertini siede impietrito e qualcosa è morto anche in lui. Pajetta ricorda con rabbia e parla con voce di tuono ma non può riportarlo tra noi.
Milioni di persone parteciparono al suo funerale che, in numero di partecipanti, è stato il più imponente in tutta la storia d'Italia, secondo solo a quello di Giovanni Paolo II. Il corteo con la bara, accompagnato dalla musica dell'Adagio di Albinoni sfilò dalla sede del PCI, in via delle Botteghe Oscure, a piazza S. Giovanni, rendendo così palese l'ammirazione che una larga parte dell'opinione pubblica italiana aveva nei suoi confronti. Persino il segretario del MSI Giorgio Almirante si recò a rendere omaggio al feretro dell'avversario suscitando lo stupore della folla in coda per entrare nella camera ardente. A ricevere Almirante fu Giancarlo Pajetta al quale venne dato l'incarico di pronunciare l'orazione funebre di Berlinguer.
Il giorno delle elezioni europee, il 17 giugno 1984 il PCI, nonostante la scomparsa di Berlinguer, decise di lasciare il suo segretario capolista e chiese di votarlo in modo plebiscitario. Le elezioni, forse anche per gli eventi precedenti, decretarono la vittoria del PCI che, per la prima ed unica volta nella storia, sorpassò seppur di poco la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro 33,0%). Precedentemente, con Berlinguer, il PCI nel 1976 ha toccato il massimo storico del 34,4%.
Per decisione della famiglia, Berlinguer è sepolto a Roma nel Cimitero di Prima Porta, nonostante il Partito avrebbe voluto che fosse tumulato al Cimitero del Verano nel Mausoleo dove riposavano i grandi dirigenti comunisti Togliatti, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo e dove nel 1999 verrà sepolta Nilde Iotti.
La figura di Enrico Berlinguer rimane una delle più emblematiche nella storia italiana, simbolo di integrità politica e dedizione al bene comune.

sabato, novembre 29, 2025

Per i morti di Reggio Emilia - Fausto Amodei



Per i morti di Reggio Emilia: significato, storia e analisi della canzone

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Per i morti di Reggio Emilia fu scritta nel 1960 dal cantautore torinese Fausto Amodei dopo i drammatici scontri del 7 luglio a Reggio Emilia, durante le manifestazioni contro il governo Tambroni. La canzone nasce come denuncia e come atto di commemorazione: ricorda gli operai e i cittadini uccisi dalla polizia, sottolineando come quel sangue versato sia «sangue di tutti», un richiamo alla solidarietà e alla continuità della lotta partigiana e operaia contro ogni forma di oppressione. 
Nei primi anni successivi al 1960 la diffusione del brano rimase piuttosto limitata, anche all’interno della stessa sinistra. 
Sebbene fosse stato inserito in alcuni spettacoli e inciso in uno dei primi dischi dei Cantacronache, divenne un autentico “canto di lotta” soltanto con il movimento del ’68, che lo adottò e lo diffuse così ampiamente da farlo spesso circolare come brano «di autore anonimo». 
La canzone trasforma un episodio tragico in un luogo della memoria collettiva: attraverso parole e musica accoglie e custodisce nomi, persone ed eventi legati alla storia partigiana. 
Le lotte degli scioperanti si intrecciano idealmente con quelle dei partigiani, e il brano diventa un nucleo simbolico attorno al quale una comunità può riconoscersi, ricordare e ritrovare la propria identità storica.
Compagno cittadino, fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia son morti dei compagni per colpa dei fascisti
Il testo presenta richiami espliciti alla tradizione della Resistenza: dalla citazione di Fischia il vento alla chiusura che omaggia Bandiera rossa. Proprio come Fischia il vento, che riprendeva una melodia russa, anche Amodei cercò di dare alla sua composizione un’impronta “russa” sia nella melodia sia nell’armonia della strofa e del ritornello, riprendendo direttamente un passaggio da uno dei Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij.
La canzone richiama inoltre la vicenda dei fratelli Cervi, contadini della pianura padana e tra i primi a unirsi alla Resistenza. I sette fratelli, insieme al compagno Quarto Camurri, furono fucilati il 28 dicembre 1943 dai repubblichini al poligono di tiro di Reggio Emilia. La loro storia è divenuta uno dei simboli più noti della lotta partigiana.
Tra le figure ricordate compare infine Duccio Galimberti (Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti), avvocato e partigiano cuneese, protagonista della Resistenza piemontese e tra gli organizzatori delle Brigate Giustizia e Libertà. Dopo la caduta di Mussolini partecipò attivamente all’antifascismo e fu arrestato dai nazifascisti nel novembre 1944. Torturato senza mai rivelare nomi o informazioni, morì poco dopo a causa delle ferite; il suo corpo fu poi abbandonato nei pressi di Centallo dopo una finta fucilazione, il 3 dicembre 1944. È ricordato come uno degli eroi della Resistenza ed è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.
La strage di Reggio Emilia ebbe luogo il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città. In quell’occasione le forze dell’ordine aprirono il fuoco contro civili inermi, uccidendo cinque operai iscritti al PCI: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Da allora sono ricordati come “i morti di Reggio Emilia”.
L’eccidio rappresentò il punto più alto di un periodo di forte tensione politica che interessò tutta l’Italia, segnato da numerosi scontri tra manifestanti e polizia. La crisi era stata innescata dalla formazione del governo Tambroni, un monocolore democristiano retto dal decisivo appoggio esterno del MSI, e dalla decisione di autorizzare lo svolgimento del congresso missino a Genova, città partigiana e medaglia d’oro della Resistenza. La scelta provocò indignazione diffusa e diede vita a una mobilitazione popolare di massa.
Il Presidente del Consiglio Fernando Tambroni aveva autorizzato l’uso delle armi in “situazioni di emergenza” e, nel corso di quelle settimane, in tutto il Paese si contarono undici morti e centinaia di feriti.
Il 7 luglio, la polizia caricò con estrema violenza operai e cittadini, usando armi da fuoco. L’intervento, ordinato dal governo Tambroni, si trasformò rapidamente in un eccidio: furono esplosi 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola. Gli edifici delle due piazze coinvolte e molte vetrine vennero crivellati dai proiettili. Oltre ai cinque morti, si contarono 21 feriti da arma da fuoco, sedici dei quali ricoverati in ospedale; altri evitarono le cure per non essere identificati. Tra le forze dell’ordine si registrarono cinque contusi e vennero effettuati 23 arresti, con numerose denunce.
Le testimonianze dell’epoca descrivono quei minuti come un inferno di spari e urla: un commesso, presente con un magnetofono per registrare il comizio sindacale, catturò accidentalmente 35 minuti di documentazione sonora, fatta di colpi, grida e sirene.
L’Amministrazione comunale organizzò le esequie pubbliche; la camera ardente fu allestita nell'atrio del Teatro Municipale, a pochi metri dal luogo della strage. Ai funerali civili, comuni per le cinque vittime, presero parte circa 150.000 persone, tra cui molte personalità politiche: Palmiro Togliatti, parlamentari di vari schieramenti e padri costituenti come Nilde Iotti e Ferruccio Parri. La città reagì con enorme partecipazione.
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli, dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli.
La repressione di quei giorni, culminata nel massacro di Reggio Emilia, segnò un momento decisivo della crisi politica nazionale e contribuì in modo determinante alla caduta del governo Tambroni. La memoria delle vittime rimane un simbolo delle lotte per la democrazia e i diritti dei lavoratori.
Nel 1964 si svolse a Milano il processo contro il vicequestore Cafari Panico e l’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise, presieduta da Curatolo, assolse entrambi: Cafari Panico con formula piena perché “il fatto non sussiste”; Celani, riconosciuto da più testimoni come colui che aveva preso la mira e ucciso Afro Tondelli, fu assolto per insufficienza di prove.

Cinque persone rimasero uccise, sul posto o spirando poco dopo in ospedale:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;
Marino Serri (1919), operaio di 41 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, è il quinto di otto fratelli;
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, ex-partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi (commissario politico distaccamento "Amendola"), sposato, con due figli.


Nell’immediatezza dei fatti, il cantautore Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia, interpretata negli anni da voci memorabili come Milva e Maria Carta. Una versione più recente è quella di Francesco Guccini, che ha scelto il brano come traccia d’apertura del suo album Canzoni da intorto (2022).
La rivolta di Reggio Emilia è ricordata anche nell’opera La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini , che include due fotografie scattate casualmente durante gli scontri, una delle quali compare anche sulla copertina del libro. La strage del 7 luglio è citata inoltre in diversi lavori: il film Don Camillo monsignore... ma non troppo, il romanzo di Paolo Nori Noi la farem vendetta (2006), la canzone Bufera del gruppo Giardini di Mirò (2010) e Piccola Storia Ultras degli Offlaga Disco Pax (2012).
Quella di Fausto Amodei non è soltanto una canzone: è memoria viva, atto politico, documento civile e opera poetica. Considerato una delle voci storiche del cantautorato italiano e tra i più importanti autori della canzone politica, Amodei ha composto brani diventati veri e propri inni nelle manifestazioni della sinistra. A Torino fu tra i fondatori di Cantacronache  insieme a Michele Straniero, Giorgio De Maria, Margot, Emilio Jona e Sergio Liberovici  un collettivo che avviò una vera rivoluzione: la musica come strumento di denuncia sociale, veicolo di consapevolezza e linguaggio nuovo per raccontare la realtà.
Nato a Torino il 18 giugno 1934, Amodei iniziò giovanissimo a studiare fisarmonica, passando poi al pianoforte e infine alla chitarra. Diplomatosi al Liceo Alfieri e laureatosi in architettura al Politecnico di Torino, affiancò alla musica un forte impegno politico. Militò nel movimento Unità Popolare, fondato da Ferruccio Parri, e nel 1966 fu eletto deputato del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
Con Cantacronache si distaccò dagli standard musicali dell’epoca dominati da melodie leggere e testi sentimentali  affrontando temi politici e d’attualità. Nascono così brani come Il tarlo, feroce critica al capitalismo; La zolfara, cronaca di un incidente minerario portata al successo da Ornella Vanoni o Qualcosa da aspettare, poi riproposta da Enzo Jannacci .
Nel 1962, conclusa l’esperienza di Cantacronache, Amodei entrò nel Nuovo Canzoniere Italiano, accanto a figure come Gianni Bosio e Roberto Leydi. Contribuì a numerosi spettacoli insieme a Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli e Gualtiero Bertelli. 
La marcia della pace, incisa da Maria Monti nell’album Le canzoni del no: un disco sequestrato per il carattere sovversivo del brano, scritto con il poeta Franco Fortini, soprattutto per il verso “E se la patria chiama, lasciatela chiamare”, interpretato come invito all’obiezione di coscienza.
Nel 1972 Amodei pubblicò Se non li conoscete, che comprendeva la satira politica Fanfaneide, La taylorizzazione, Perché una guerra, Proclama di Camillo Torres e Le disgrazie non vengono mai sole. Due anni dopo uscì L’ultima crociata, album incentrato  nella sua prima parte  sul referendum sul divorzio. Sarà la sua ultima incisione per oltre trent'anni.
Nel 1975 ricevette il Premio Tenco; l’anno successivo compose la cantata Il Partito, ispirata alle memorie della dirigente comunista Camilla Ravera. Nel 1983 collaborò con Raffaella De Vita per lo spettacolo antimilitarista Gli allegri macellai. Dopo un lungo silenzio discografico, nel 2005 tornò con l’album Per fortuna c’è il Cavaliere, una pungente satira antiberlusconiana, accompagnato dalla ripresa dell’attività concertistica. Il suo ultimo lavoro è del 2021: Fausto Amodei canta Georges Brassens.