La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
La guerra di Piero di Fabrizio De André è un capolavoro senza tempo, inciso a Roma nel luglio del 1964 agli studi Dirmaphon.
La canzone racconta la storia di Piero, un giovane soldato che si trova intrappolato nella brutalità della guerra.
Con la sua narrazione poetica e profonda, De André esplora il dramma della guerra attraverso la dualità di voci: quella di Piero, il soldato, e quella del narratore che commenta il suo pensiero e le sue azioni
Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora fino a che tu non lo vedrai esangue, cadere in terra e coprire il suo sangue. «E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere vedere gli occhi di un uomo che muore.» E mentre gli usi questa premura quello si volta ti vede ha paura ed imbracciata l'artiglieria non ti ricambia la cortesia. Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.
La canzone non è solo una riflessione sulla sofferenza umana, ma un grido antimilitarista che invita alla compassione e alla comprensione, piuttosto che alla violenza.
Piero, che non riesce a sparare al nemico, diventa simbolo di quella resistenza interiore che si oppone all'orrore della guerra.
"La guerra di Piero" rimane, ancora oggi, una delle canzoni più belle e potenti contro la guerra.
Il messaggio è chiaro: non ci sono vincitori in guerra, solo uomini che soffrono.
Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno. «Ninetta mia, crepare di Maggio ci vuole tanto troppo coraggio. Ninetta bella, dritto all'inferno avrei preferito andarci in inverno.» E mentre il grano ti stava a sentire dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole. Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall'ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.
La guerra di Piero presenta forti affinità tematiche e significative assonanze poetiche con Dove vola l’avvoltoio (1958), testo scritto da Italo Calvino per i Cantacronache.
Entrambi i testi si collocano in una prospettiva dichiaratamente pacifista: la guerra è rappresentata come un’esperienza assurda e disumana, privata di ogni retorica eroica.
Entrambi i testi si collocano in una prospettiva dichiaratamente pacifista: la guerra è rappresentata come un’esperienza assurda e disumana, privata di ogni retorica eroica.
Le liriche si fondano su immagini simboliche comuni, dure ma al tempo stesso limpide ed essenziali.
Pur in assenza di versi identici, emergono chiare affinità testuali.
«Nella limpida corrente ora scendon carpe e trote non più i corpi dei soldati che la fanno insanguinar»
(Italo Calvino - Dove vola l'avvoltoio 1958)
«Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente»
(Fabrizio De André - La guerra di Piero 1964)
Fabrizio De André non ha mai nascosto di aver attinto a fonti letterarie “alte” dalla Bibbia a Villon, fino allo Spoon River e ai testi medievali e di essere stato anche influenzato anche dall’esperienza culturale e artistica dei Cantacronache.
Per me, La guerra di Piero è la più bella canzone pacifista italiana, racchiusa in una frase splendida: "ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore."
Un pensiero che esprime più di ogni altra cosa: meglio morire che assistere alla morte di un uomo.

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