mercoledì, marzo 11, 2026

Iqbal – Pierre Bachelet


Iqbal di Pierre Bachelet: la storia del giovane attivista.

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare
La canzone Iqbal del cantautore francese Pierre Bachelet, pubblicata nel 2001 nell’album Une autre lumière, rappresenta un omaggio alla storia di Iqbal Masih, il giovane attivista pakistano diventato simbolo internazionale della lotta contro il lavoro minorile.
Iqbal Masih nacque nel 1983 in Pakistan, in una famiglia estremamente povera. 
All’età di quattro anni fu costretto a lavorare in una fabbrica di mattoni e, l’anno successivo, venne venduto per seicento rupie (circa sei dollari americani) a un fabbricante di tappeti, che lo ridusse in schiavitù. 
Insieme a molti altri bambini veniva incatenato al telaio per impedirgli di fuggire. 
Per anni fu obbligato a lavorare fino a quattordici ore al giorno, intrecciando i nodi dei tappeti a mani nude. 
Viveva in condizioni durissime, veniva rimproverato e picchiato frequentemente e riceveva un salario di appena tre centesimi di euro al giorno. 
La sua libertà era stata fissata al prezzo di tredicimila rupie, poco più di ottanta euro. 

Iqbal Masih
Questa forma di sfruttamento, conosciuta come lavoro vincolato per debiti, coinvolgeva migliaia di bambini. 
Quando Iqbal scoprì che la Corte Suprema del Pakistan aveva dichiarato illegale il lavoro forzato, tentò di fuggire e si rivolse alla polizia; tuttavia furono proprio alcuni agenti a riconsegnarlo ai suoi aguzzini, che lo picchiarono e lo rinchiusero in una cisterna sotterranea priva di aerazione, utilizzata come luogo di punizione per i bambini che cercavano di ribellarsi. 
Nella primavera del 1992 riuscì nuovamente a scappare dalla fabbrica insieme ad altri bambini e partecipò a una manifestazione organizzata dal Bonded Labour Liberation Front, un movimento impegnato nella lotta contro il lavoro schiavizzato. 
In quell’occasione trovò il coraggio di raccontare pubblicamente la sofferenza dei piccoli lavoratori sfruttati nelle fabbriche di tappeti. 
Il suo discorso, spontaneo e molto toccante, colpì profondamente l’opinione pubblica e attirò l’attenzione della stampa locale. 
Durante la manifestazione conobbe il sindacalista Ehsan Ullah Khan, leader del movimento, che lo aiutò a ottenere la libertà. 
Iqbal 10 ans et du courage pour combattre à son âge cet esclavage. Iqbal petit porteur de croix de millions de sans voix d'enfants sans droits
Dopo essere stato liberato, Iqbal iniziò finalmente a studiare, realizzando il sogno che aveva coltivato per anni. 
In breve tempo divenne un giovane attivista per i diritti dei bambini e partecipò a numerose conferenze internazionali per denunciare lo sfruttamento minorile e sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti dell’infanzia. 
Nel 1994 ricevette il prestigioso Reebok Human Rights Award presso la Northeastern University di Boston, nella categoria Youth in Action. 
Anche grazie al suo impegno, molte fabbriche di tappeti furono chiuse e migliaia di bambini vennero liberati dallo sfruttamento.
 Il 16 aprile 1995, giorno di Pasqua, Iqbal Masih fu ucciso all’età di dodici anni nel villaggio di Muridke. 
Mentre andava in bicicletta insieme ai cugini, fu colpito da diversi colpi di arma da fuoco e morì sul posto. 
Secondo Ehsan Ullah Khan, dietro l’omicidio vi sarebbe stato un complotto della cosiddetta “mafia dei tappeti”, minacciata dal suo attivismo. 
Le circostanze della sua morte non sono mai state chiarite completamente e la polizia fu accusata di possibili complicità con gli assassini.
Dopo la sua morte, la storia di Iqbal fece il giro del mondo e il suo nome divenne un simbolo globale della lotta contro lo sfruttamento dei bambini. 
La canzone “Iqbal” di Pierre Bachelet non racconta soltanto la vita del giovane attivista, ma trasmette anche un messaggio universale di giustizia. 
Nel testo, Iqbal è presentato come un vero e proprio eroe: nonostante la sua giovanissima età, ebbe il coraggio di ribellarsi alla schiavitù e di difendere i diritti dei bambini. 
La sua morte non spegne il suo messaggio. 
Al contrario, la canzone sottolinea che la sua lotta continua ancora oggi, perché rappresenta la speranza per milioni di bambini che nel mondo sono ancora vittime di sfruttamento. 
Il 16 aprile si celebra la Giornata Mondiale contro la Schiavitù Infantile. 
La data è stata scelta proprio in ricordo dell’assassinio di Iqbal Masih, ucciso a soli dodici anni per essersi ribellato alla sua vita di schiavitù. 
La storia di Iqbal Masih continua ancora oggi a rappresentare un potente simbolo di coraggio, libertà e giustizia. 


Iqbal piccolo uomo di quattro anni venduto per pochi franchi nell’indifferenza. Iqbal incatenato al suo banco come quei milioni di bambini privi di infanzia. Iqbal condannato al lavoro a tessere come capita senza vedere la luce del giorno. Iqbal proibita la tenerezza proibita la debolezza privato d’amore. Schiavo la parola schiocca come una frusta su tutti i diritti calpestati dei bambini spenti. Schiavo la parola striscia come una catena e il male si scatena fino all’oblio siamo tutti un po’ colpevoli di abbassare gli occhi di chiudere gli occhi. Iqbal, 10 anni, e il coraggio di combattere a quell’età questa schiavitù. Iqbal, piccolo portatore di croce di milioni di bambini senza voce e senza diritti. Eroe la parola non è troppo grande è come un’eco sulla pelle siamo tutti un po’ capaci di alzare gli occhi di alzare gli occhi. Iqbal il tuo piccolo cuore di cristallo si è spezzato sotto le loro pallottole ci ha fatto male. Iqbal la tua lotta continua per tutti i tuoi fratelli di strada questi angeli che si uccidono. Iqbal trecento milioni ancora sfruttati per il loro corpo o per i loro sforzi. Iqbal nei tuoi occhi neri c’era come un barlume di speranza osiamo crederci vogliamo crederci.


domenica, marzo 08, 2026

Su in collina - Francesco Guccini



Su in collina: la canzone di Guccini sulla Resistenza

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Su in collina è una canzone di Francesco Guccini, composta nel 2007 a partire dalla poesia in dialetto bolognese Môrt in culéṅna, scritta nel 1949 dal poeta Gastone Vandelli.
Il testo fu tradotto e adattato da Guccini, mentre la musica è di Juan Carlos "Flaco" Biondini. 
La canzone è stata pubblicata nell’album L’ultima Thule del 2012 ed è stata incisa anche dal gruppo Gang nel disco La Rossa Primavera del 2011. 
Il brano racconta un episodio ambientato durante la Resistenza italiana, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. 
Durante la presentazione dal vivo della canzone, Guccini spiegò l’origine del brano. 
Guccini sottolineò anche l’importanza della memoria storica della Resistenza. 
Secondo il cantautore, non è corretto mettere sullo stesso piano i partigiani e i combattenti della Repubblica Sociale Italiana. 
Per questo motivo invitò a rispettare e preservare il valore storico e morale della lotta di liberazione. 
Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina sotto una neve che imbiancava tutto dovevamo incontrare su in collina l'altro compagno, Figl' del Biondo, il Brutto
Nel racconto della canzone, i partigiani Pedro, Cassio e il narratore salgono su una collina in una fredda mattina d’inverno, sotto la neve. 
Devono incontrare un loro compagno, chiamato il Brutto, figlio del Biondo, che appartiene alla loro brigata. 
L’uomo ha il compito di consegnare copie clandestine del giornale L'Unità, uno dei principali strumenti di informazione della Resistenza. 
Il freddo, la neve e la fatica rendono il cammino difficile e i partigiani avanzano lentamente, armati di carabina nel caso incontrino i soldati tedeschi. 
All’improvviso Pedro si ferma: tra il filo spinato nota qualcosa di sospetto. 
Avvicinandosi, i partigiani scoprono con orrore che il loro compagno è stato catturato, torturato e ucciso dai nazifascisti. 
Il Brutto viene trovato scalzo e senza vestiti, con tra le mani un cartello che riporta la scritta: “Questa è la fine di tutti i partigiani”. 
Il corpo viene esposto per intimidire gli altri combattenti e la popolazione. 
I compagni reagiscono con rabbia e disperazione. 
Dopo aver pianto e maledetto gli assassini, staccano il corpo dal filo spinato e giurano, sotto la neve, che i responsabili pagheranno per ciò che hanno fatto. 
Successivamente i partigiani seppelliscono il compagno proprio sulla collina. 
Sulla fossa il narratore pianta un bastone per segnare il luogo della sepoltura, mentre Cassio spara un colpo di carabina in segno di saluto. 
Si tratta di un funerale improvvisato, ma carico di rispetto e solidarietà. 
Quando tornano al comando, gli altri partigiani chiedono notizie della stampa clandestina che il Brutto doveva portare. 
In risposta, Cassio mostra il cartello trovato sul corpo e Pedro indica la collina dove il compagno è stato sepolto. 
Il cartello passa di mano in mano tra i partigiani, mentre tutti guardano in silenzio verso la collina, dove resta il bastone piantato sulla tomba. 
Ma Pedro si è fermato e stralunato gridò "Compagni mi si gela il cuore, legato a tutto quel filo spinato guardate là che c'è il Brutto, è la che muore"
La canzone racconta la brutalità della guerra partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale, ma mette soprattutto in evidenza la solidarietà tra i compagni e il valore della memoria.
Il bastone piantato sulla collina diventa il simbolo del sacrificio dei partigiani e del ricordo che non deve essere dimenticato. 
Il brano rappresenta la violenza e il clima di intimidazione imposto dal nazifascismo nei territori occupati. 
 Allo stesso tempo evidenzia il legame tra i combattenti della Resistenza e il forte senso di dignità e memoria che accompagna la loro lotta.
Cassio mostra il cartello in una mano e Pedro indica un punto su in collina. Il cartello passò di mano in mano, sotto la neve che cadeva fina. In gran silenzio ogni partigiano guardava quel bastone su in collina.
Il poeta Gastone Vandelli nacque nel 1921 a Reggio Emilia, ma all’età di otto anni si trasferì con la madre e il fratello a Bologna dopo la morte del padre. 
Le difficoltà economiche della famiglia lo costrinsero a interrompere gli studi e a iniziare a lavorare già a dodici anni. 
Nonostante ciò, Vandelli mantenne sempre una grande passione per la lettura e sviluppò un forte interesse per la letteratura. 
Fin da giovane iniziò a scrivere poesie in dialetto bolognese, trattando temi diversi come l’impegno civile e politico, l’amore e anche aspetti comici e grotteschi della vita quotidiana. 
Con la poesia Môrt in culéṅna nel 1949 vinse il premio “Unità”. 
Nel corso della sua vita, Gastone Vandelli continuò a scrivere poesie, alcune delle quali furono pubblicate in diverse raccolte.