domenica, marzo 08, 2026

Su in collina - Francesco Guccini



Su in collina: la canzone di Guccini sulla Resistenza

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Su in collina è una canzone di Francesco Guccini, composta nel 2007 a partire dalla poesia in dialetto bolognese Môrt in culéṅna, scritta nel 1949 dal poeta Gastone Vandelli.
Il testo fu tradotto e adattato da Guccini, mentre la musica è di Juan Carlos "Flaco" Biondini. 
La canzone è stata pubblicata nell’album L’ultima Thule del 2012 ed è stata incisa anche dal gruppo Gang nel disco La Rossa Primavera del 2011. 
Il brano racconta un episodio ambientato durante la Resistenza italiana, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. 
Durante la presentazione dal vivo della canzone, Guccini spiegò l’origine del brano. 
Guccini sottolineò anche l’importanza della memoria storica della Resistenza. 
Secondo il cantautore, non è corretto mettere sullo stesso piano i partigiani e i combattenti della Repubblica Sociale Italiana. 
Per questo motivo invitò a rispettare e preservare il valore storico e morale della lotta di liberazione. 
Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina sotto una neve che imbiancava tutto dovevamo incontrare su in collina l'altro compagno, Figl' del Biondo, il Brutto
Nel racconto della canzone, i partigiani Pedro, Cassio e il narratore salgono su una collina in una fredda mattina d’inverno, sotto la neve. 
Devono incontrare un loro compagno, chiamato il Brutto, figlio del Biondo, che appartiene alla loro brigata. 
L’uomo ha il compito di consegnare copie clandestine del giornale L'Unità, uno dei principali strumenti di informazione della Resistenza. 
Il freddo, la neve e la fatica rendono il cammino difficile e i partigiani avanzano lentamente, armati di carabina nel caso incontrino i soldati tedeschi. 
All’improvviso Pedro si ferma: tra il filo spinato nota qualcosa di sospetto. 
Avvicinandosi, i partigiani scoprono con orrore che il loro compagno è stato catturato, torturato e ucciso dai nazifascisti. 
Il Brutto viene trovato scalzo e senza vestiti, con tra le mani un cartello che riporta la scritta: “Questa è la fine di tutti i partigiani”. 
Il corpo viene esposto per intimidire gli altri combattenti e la popolazione. 
I compagni reagiscono con rabbia e disperazione. 
Dopo aver pianto e maledetto gli assassini, staccano il corpo dal filo spinato e giurano, sotto la neve, che i responsabili pagheranno per ciò che hanno fatto. 
Successivamente i partigiani seppelliscono il compagno proprio sulla collina. 
Sulla fossa il narratore pianta un bastone per segnare il luogo della sepoltura, mentre Cassio spara un colpo di carabina in segno di saluto. 
Si tratta di un funerale improvvisato, ma carico di rispetto e solidarietà. 
Quando tornano al comando, gli altri partigiani chiedono notizie della stampa clandestina che il Brutto doveva portare. 
In risposta, Cassio mostra il cartello trovato sul corpo e Pedro indica la collina dove il compagno è stato sepolto. 
Il cartello passa di mano in mano tra i partigiani, mentre tutti guardano in silenzio verso la collina, dove resta il bastone piantato sulla tomba. 
Ma Pedro si è fermato e stralunato gridò "Compagni mi si gela il cuore, legato a tutto quel filo spinato guardate là che c'è il Brutto, è la che muore"
La canzone racconta la brutalità della guerra partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale, ma mette soprattutto in evidenza la solidarietà tra i compagni e il valore della memoria.
Il bastone piantato sulla collina diventa il simbolo del sacrificio dei partigiani e del ricordo che non deve essere dimenticato. 
Il brano rappresenta la violenza e il clima di intimidazione imposto dal nazifascismo nei territori occupati. 
 Allo stesso tempo evidenzia il legame tra i combattenti della Resistenza e il forte senso di dignità e memoria che accompagna la loro lotta.
Cassio mostra il cartello in una mano e Pedro indica un punto su in collina. Il cartello passò di mano in mano, sotto la neve che cadeva fina. In gran silenzio ogni partigiano guardava quel bastone su in collina.
Il poeta Gastone Vandelli nacque nel 1921 a Reggio Emilia, ma all’età di otto anni si trasferì con la madre e il fratello a Bologna dopo la morte del padre. 
Le difficoltà economiche della famiglia lo costrinsero a interrompere gli studi e a iniziare a lavorare già a dodici anni. 
Nonostante ciò, Vandelli mantenne sempre una grande passione per la lettura e sviluppò un forte interesse per la letteratura. 
Fin da giovane iniziò a scrivere poesie in dialetto bolognese, trattando temi diversi come l’impegno civile e politico, l’amore e anche aspetti comici e grotteschi della vita quotidiana. 
Con la poesia Môrt in culéṅna nel 1949 vinse il premio “Unità”. 
Nel corso della sua vita, Gastone Vandelli continuò a scrivere poesie, alcune delle quali furono pubblicate in diverse raccolte.


mercoledì, marzo 04, 2026

Non mi scorderò di te - Banda POPolare dell'Emilia Rossa


Non mi scorderò di te: canzone sulla strage Thyssen

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Non mi scorderò di te, brano della Banda POPolare dell'Emilia Rossa realizzato insieme a Massimo "Ovo" Gilioli, è dedicato ai sette operai uccisi nella strage avvenuta nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. 
Tra le cause principali del disastro emersero gravi carenze negli investimenti destinati alla sicurezza.
Il testo di Non mi scorderò di te è costruito come una lettera d’addio che un operaio rivolge alla persona amata. 
Questa scelta narrativa rende il brano estremamente intimo e diretto.
Attraverso immagini delicate e quotidiane emerge un forte contrasto: da un lato l’amore, il calore familiare, il desiderio di restare, dall’altro la frenesia del lavoro, i turni massacranti, la corsa contro il tempo.
La fabbrica viene descritta come una “cella senza sbarre”, metafora che sottolinea una condizione di prigionia invisibile ma reale, determinata dall’alienazione e dalle esigenze produttive, che costringono a ritmi disumani, fino a smarrire ciò che è più essenziale: tornare a casa vivi. 
Il brano, inserito nell’album La goccia e la tempesta (2020), richiama esplicitamente la tragedia con l’espressione “maledetta linea 5”, riferimento alla linea in cui si verificò l’incendio. 
mentre corro al lavoro avrei voluto aggrapparmi ancora al calore del tuo ventre dalla mia cella senza sbarre maledetta linea 5
Gli operai stavano riavviando l’impianto dopo un intervento di manutenzione quando alcune scintille, generate dall’attrito, innescarono l’esplosione dell’olio idraulico nebulizzato che prese fuoco, investendo otto lavoratori con ustioni gravissime. 
Antonio Schiavone morì sul colpo; Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi persero la vita nei giorni successivi. 
L’unico sopravvissuto fu Antonio Boccuzzi, che si trovava a una certa distanza dal punto dell’esplosione. 
L’incidente fu determinato dall’assenza di adeguati sistemi antincendio, dalla presenza di estintori inefficienti e da una manutenzione carente, in un contesto di progressivo smantellamento dello stabilimento in vista della chiusura. 
Si tratta di uno dei più gravi disastri sul lavoro nella storia recente italiana. 
Le critiche rivolte all’azienda furono numerose: alcuni operai lavoravano da oltre dodici ore consecutive, accumulando straordinari, e secondo diverse testimonianze i sistemi di sicurezza non funzionarono correttamente. 
L’azienda negò inizialmente responsabilità, ma le indagini misero in luce una cultura aziendale carente in materia di sicurezza. 
Del brano esiste anche un videoclip musicale, realizzato tra Modena e Torino e pubblicato il 6 dicembre 2018. 
Con questa canzone la Banda POPolare dell’Emilia Rossa non si limita a ricordare l’incidente della ThyssenKrupp di Torino, ma rende omaggio a tutte le vittime del lavoro. 
Ne emerge una denuncia forte e attuale: ancora oggi si continua a morire sul lavoro, troppo spesso perché il profitto viene anteposto alla tutela della vita umana. 
ma la colpa in fondo è nostra che corriamo al lavoro la mattina troppo presto, la sera troppo tardi e ci dimentichiamo di tornare a casa vivi

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