Rebel Songs

domenica, settembre 06, 2026

La ballata dell'ex -Sergio Endrigo



La ballata dell’ex: Sergio Endrigo, la Resistenza e la censura

La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Ci sono canzoni che raccontano la Resistenza.
E poi ce ne sono alcune che raccontano cosa è successo dopo.
La ballata dell'ex di Sergio Endrigo appartiene a questa seconda categoria.
Pubblicata nel 1966 nell’album Endrigo, per la Fonit Cetra, è una canzone che non racconta la guerra partigiana attraverso l’eroismo, le vittorie o le celebrazioni.
Racconta quello che resta quando la guerra è finita.
E soprattutto racconta cosa può succedere a chi ha combattuto per cambiare il mondo quando quel mondo, alla fine, cambia molto meno di quanto aveva sperato.
La canzone nasce dalle letture di Italo Calvino, Vasco Pratolini e Carlo Cassola, in particolare La ragazza di Bube.
È lo stesso Endrigo a ricordare questo legame, spiegando che il brano esprime l’amarezza di quanti avevano creduto che nel dopoguerra sarebbe arrivata una grande trasformazione sociale che, secondo lui, non si realizzò.
Al centro della storia c'è un ex partigiano di nome Danilo.
Danilo è un uomo che torna a casa dopo la guerra.
Ha passato anni sui monti, nella clandestinità, tra la paura e la speranza che, dopo la Liberazione, sarebbe arrivato qualcosa di diverso.
Un mondo più giusto.
Più libero.
Più uguale.
E torna al suo paese che è rimasto sempre quello con qualche casa in meno ed un campanile in più, c'è il vecchio maresciallo che lo vuole interrogare, così per niente per formalità, mi chiamano Danilo e sono qua. E vogliono sapere perché come quando e dove soltanto per vedere se ha diritto alla pensione,gli chiedono per caso come è andata quella sera che son partiti il conte e il podestà e chi li ha fatti fuori non si sa.
Sergio Endrigo
Quando finalmente la guerra finisce, scende dalle montagne e consegna le armi.
È il momento in cui dovrebbe cominciare la nuova vita.
Ma è proprio allora che arriva la delusione.
Danilo torna nel suo paese e scopre che, nonostante tutto quello che è successo, molte cose sembrano essere rimaste al loro posto.
Il paese è quasi lo stesso.
Ci sono qualche casa in meno e un campanile in più, ma l'impressione è quella di ritrovare un mondo familiare e, allo stesso tempo, profondamente diverso.
Anche il vecchio ordine sembra riaffiorare.
Ad aspettarlo c'è un vecchio maresciallo dei carabinieri che vuole interrogarlo.
Ufficialmente per una questione quasi burocratica, per verificare perfino se abbia diritto alla pensione.
Ma le domande finiscono inevitabilmente per tornare alla guerra.
A quella notte in cui sono partiti il conte e il podestà.
E alla domanda più scomoda:
chi li ha fatti fuori?
È qui che la canzone comincia a diventare qualcosa di più di una storia personale.
Perché Danilo non è soltanto Danilo.
È il simbolo di una generazione che aveva combattuto immaginando un’Italia diversa e che, finita la guerra, si ritrova davanti a una realtà molto più complessa rispetto alle proprie speranze.
La Resistenza aveva rappresentato per molti combattenti non soltanto la liberazione dal fascismo, ma anche l'aspettativa di una trasformazione profonda della società.
La canzone racconta proprio la distanza tra quelle aspettative e la realtà del dopoguerra.
E mentre Danilo cerca il proprio posto nella nuova Italia, scopre che molti dei compagni di allora non ci sono più.
Alcuni sono morti.
E altri sono finiti al ministero.
È una delle accuse più amare della canzone.
Il tempo è passato, ma il nemico sembra essere ancora là.
Non necessariamente nelle stesse forme.
Ma come presenza, come mentalità, come continuità di un sistema che la Resistenza aveva sperato di superare.
La musica della canzone è orecchiabile, quasi leggera, con un andamento da ballata popolare.
In netto contrasto con quello che racconta.
Da una parte c'è una melodia che sembra invitare a cantare.
Dall'altra c'è la storia di un uomo che scopre che il mondo per cui aveva combattuto non è diventato quello che immaginava.
È proprio questo contrasto a rendere il brano particolarmente efficace.
La amarezza passa attraverso un racconto semplice, quasi quotidiano.
E forse è proprio questa normalità a renderla ancora più tagliente.
Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno, vent'anni son passati e il nemico è sempre là. Ma i tuoi compagni ormai non ci son più, son tutti al ministero o all'aldilà. Ci fosse un cane a ricordare che...Andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano...
Alcuni versi, però, risultarono particolarmente scomodi.
E arrivò la censura.
Secondo quanto raccontò lo stesso Endrigo, la Presidenza del Consiglio intervenne sul testo, colpendo proprio quei versi che condensavano tutta l’amarezza della canzone:
«Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno / vent’anni son passati e il nemico è sempre là».Nel disco, le parole censurate vennero sostituite da un fischio.
Endrigo raccontò di aver visto personalmente il documento con cui era stata disposta la censura.
Perché quelle parole contenevano la domanda centrale della canzone.
La ballata dell’ex non dice semplicemente:abbiamo combattuto e abbiamo vinto.
Dice qualcosa di molto più scomodo:abbiamo combattuto. E poi, cosa è successo?
È questa la domanda che rimane quando la canzone finisce.
Che cosa è rimasto delle speranze di chi aveva combattuto?
Che cosa è cambiato davvero?
Ricordare la Resistenza non significa soltanto ricordare chi ha combattuto.
Significa anche avere il coraggio di chiedersi che Paese è nato da quella lotta.
Ed è forse proprio per questo che, a distanza di tanti anni, La ballata dell'ex continua a essere una canzone scomoda.
Non perché metta in discussione il valore della Resistenza.
La mette alla prova.

Ascolta su Spotify

Tracce e letture consigliate:.
Web:
Sergio Endrigo Wikipedia – La sezione enciclopedica e la discografia dedicate a Sergio Endrigo e al suo impegno nella canzone d'autore.
Aneddoti - La Ballata Dell'Ex – Riferimenti alla canzone sito tributo www.sergioendrigo.it
Discografia:
Sergio Endrigo – Endrigo (LP). Etichetta: Fonit Cetra , 1966.

sabato, agosto 29, 2026

Avevate ragione voi - Linea 77



Avevate ragione voi: Linea 77 e il G8 di Genova

La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Ci sono ferite che il tempo non riesce davvero a chiudere.
Al massimo le nasconde per un po. 
Poi basta tornare in un luogo, rivedere una strada, respirare un’aria che sa di passato e quello che pensavi di aver lasciato alle spalle torna a galla.
È quello che succede con Avevate ragione voi dei Linea 77, una canzone nata molti anni dopo il G8 di Genova del luglio 2001, quando la distanza dai fatti aveva finalmente lasciato spazio alla possibilità di guardarli di nuovo in faccia.
Non per dimenticare.
Ma per provare a capire. 
E soprattutto per ricordare.
Il brano uscì alla fine del 2012 e venne poi inserito nell’EP La speranza è una trappola (Part I), pubblicato nel 2013 da INRI.
Ma la storia della canzone comincia qualche anno prima.
Il titolo arriva dall’omonima raccolta poetica Avevate ragione voi. Spore di prosa lirica – Poesie 1990/2009, pubblicata nel 2010 da Domenico Mungo, scrittore e poeta torinese legato ai Linea 77 da una profonda amicizia e da una forte sintonia umana e politica.
Mungo aveva regalato il libro alla band.
Per un po’, però, quelle pagine rimasero lì.
Come qualcosa che non si riusciva ancora ad affrontare.
Dodici anni potevano sembrare un’eternità, ma certe immagini non erano affatto sbiadite.
Poi, nell’estate del 2012, qualcosa cambia.
Dade trascorre alcuni giorni in Liguria insieme a Domenico Mungo. 
Parlano, stanno insieme, tornano inevitabilmente a quei giorni di Genova. 
Mungo riprende in mano il suo libro e torna a raccontare quello che aveva vissuto.
E qualcosa si riapre.
Da quell'incontro nasce l'idea di trasformare quei ricordi in una canzone.
Il testo arriva quasi di colpo, come se fosse rimasto lì ad aspettare il momento giusto.
La band lo avrebbe raccontato con una frase brutale, ma tremendamente efficace: «Il testo venne fuori di getto, come il vomito che segue una nausea durata 12 anni. Troppo tempo. 
E ora sì, ora stiamo meglio.»
Forse è proprio questa la chiave per capire Avevate ragione voi.
Non nasce dalla voglia di ricostruire il G8 come una cronaca.
Nasce dalla necessità di tirare fuori qualcosa che era rimasto dentro troppo a lungo.
Una voce fatta di musica, rabbia e memoria.
Anche il videoclip mantiene questo legame con la dimensione personale e collettiva. 
Diretto da Gianluca Signorino, viene registrato dal vivo all’Hiroshima Mon Amour di Torino e vede la partecipazione dello stesso Mungo.
Nel testo ritorna la Genova di quei giorni: il fumo dei lacrimogeni, i drappi bagnati usati per riuscire a respirare, le strade trasformate improvvisamente in qualcosa di surreale.
Una città che sembra diventare una zona di guerra.
Ma dentro quella guerra ci sono persone.
Ma soprattutto c’è una frattura sociale molto profonda.
Ragazzi che manifestano, poliziotti, ambulanze, abitanti, persone che cercano di scappare dai gas e altre che cercano semplicemente di capire cosa stia succedendo
Uno dei passaggi riguarda gli appartenenti ai reparti mobili.
Un ragazzo di ventun anni dentro un’uniforme, mandato a fronteggiare altri ragazzi della sua stessa età e che difende solo l'uniforme cui non crede neanche. 
Era una scuola sembrava un mattatoio era un laboratorio sembrava un obitorio di vivi (e) battaglioni di aguzzini urlavano impazziti contro manichini disarmati e poi di colpo arrivarono le botte, le teste rotte e il sangue sopra le porte
Poi arriva la Diaz.
L’irruzione nella scuola, diventata uno dei simboli più drammatici del G8 di Genova, entra nella canzone senza bisogno di trasformarla in una lezione di storia.
Basta evocarla.
Perché alcune immagini, una volta entrate nella memoria collettiva, non hanno bisogno di essere spiegate ogni volta.
E Avevate ragione voi è anche una dedica.
Ai ragazzi della Diaz.
A Carlo Giuliani.
A tutti quelli che ancora aspettano giustizia.
E a chi, nonostante tutto, continua a credere che un mondo diverso sia possibile e che quel mondo si possa ancora costruire.
Poi c’è quel titolo.
«Avevate ragione voi».
All’inizio quel “voi” sembra rivolgersi a chi era sceso in piazza, a chi aveva protestato, a chi aveva denunciato già allora i rischi di un sistema sempre più fondato sul controllo, sulla repressione e sulle disuguaglianze.
Avevate ragione voi dietro le maschere antigas,voi dietro le vostre barricate, voi che già allora sapevate che oggi avreste avuto ragione voi. Mentre correvate indietro, noi tutti quanti con le mani verso il cielo cercavamo solamente verità .Avevamo ragione noi.
Ma andando avanti qualcosa cambia.
Il “voi” diventa “noi”.
Non ci sono più soltanto quelli che erano in piazza e quelli che guardavano da fuori.
Ci siamo tutti.
Le mani si alzano verso il cielo e la richiesta diventa una sola: la verità.
Poi arriva l’ultima trasformazione:
«Avevamo ragione noi».
È un passaggio fondamentale.
Perché non è soltanto una rivendicazione politica. 
È il punto d’arrivo di un percorso lungo dodici anni. 
Un percorso fatto di silenzi, ricordi, rabbia e domande rimaste senza risposta.
Per questo Avevate ragione voi è una canzone sulla memoria come forma di resistenza.
Sul bisogno di tornare là dove fa male. 
Non per chiudere quella storia.
Forse nemmeno per trovare una risposta definitiva.
Ma per impedire che venga dimenticata.
Perché alcune storie non chiedono di essere archiviate.
Chiedono di continuare a essere raccontate.

Ascolta su Spotify

Tracce e letture consigliate:
Libri :

Avevate ragione voi. Spore di prosa lirica – Poesie 1990/2009, di Domenico Mungo (Ed. Miraviglia). La raccolta poetica e umana da cui nasce il titolo e la folgorazione lirica per la canzone.
Web:
Scuola Diaz – La voce enciclopedica per approfondire la cronaca, la catena di comando e i lunghi processi sulla notte del 21 luglio 2001.
Linea 77 – La storia della band crossover/alt-metal torinese nata a Venaria Reale.
Discografia e Videoclip:
Linea 77 – La speranza è una trappola (Part I) (EP/CD). Etichetta: INRI, 2013. Il lavoro che contiene Avevate ragione voi.
Linea 77 – Avevate ragione voi (Official Video, reg. Gianluca Signorino). Il videoclip girato dal vivo all'Hiroshima Mon Amour di Torino con la partecipazione di Domenico Mungo.