Rebel Songs

domenica, settembre 13, 2026

Lavorare con lentezza - Enzo Del Re



Lavorare con lentezza di Enzo Del Re: storia e significato

La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Lavorare con lentezza di Enzo Del Re è una canzone che mette in relazione ritmi produttivi esasperati, incidenti sul lavoro e sfruttamento, contrapponendo alla logica del profitto la salute e la dignità di chi lavora.
Già dal titolo si capisce che non siamo davanti a un semplice invito a lavorare meno.
La lentezza diventa una scelta.
Del Re non invitava semplicemente a lavorare meno.
Invitava a rallentare.
Un modo per mettere in discussione il ritmo imposto dalla produzione industriale, dove ogni secondo deve essere utilizzato, ogni gesto ripetuto, ogni movimento calcolato.
E quando il ritmo della fabbrica diventa troppo veloce, il corpo è il primo a pagare.
Il brano invita a riprendersi il proprio corpo e il proprio tempo.
Riprendersi il tempo significava sottrarlo alla logica della produzione e restituirlo alla vita.
Perché il tempo non dovrebbe appartenere alla fabbrica.
Il tempo dovrebbe tornare a essere nostro.
Lavorare con lentezza è una canzone contro un sistema che rischia di trasformare chi lavora in una macchina.
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo chi è veloce si fa male e finisce in ospedale in ospedale non c'è posto e si può morire presto
Nel 1974 Del Re pubblicò in modo autogestito l'album Il banditore, che contiene proprio Lavorare con lentezza, destinata a diventare una delle sue canzoni più conosciute. 
Un lavoro attraversato da temi come capitalismo, emigrazione e lavoro.
Lavorare con lentezza nacque nel clima delle lotte operaie e contadine, ma la sua storia non rimase confinata al Mezzogiorno.
Tra il 1976 e il 1977 la canzone arrivò a Bologna e trovò un nuovo pubblico nel Movimento del ’77.
Un ruolo importante nella sua diffusione fu svolto da Radio Alice, una delle emittenti libere più rappresentative di quella stagione.
La canzone venne utilizzata come sigla delle trasmissioni e il suo invito a rallentare i ritmi produttivi entrò in sintonia con le idee dell'area dell'Autonomia Operaia e con la componente creativa e antiautoritaria del movimento.
Una canzone nata dentro le lotte sociali e operaie del Sud diventava così la voce di una nuova generazione a Bologna.
La storia di Lavorare con lentezza non finisce negli anni Settanta.
Nel 1998, il sassofonista Daniele Sepe ne realizzò una reinterpretazione nell'album Lavorare stanca, contribuendo a riportare l'attenzione sul repertorio di Del Re.
Poi, nel 2004, il regista Guido Chiesa realizzò Lavorare con lentezza – Radio Alice 100.6 MHz, film ambientato nella Bologna del Movimento del ’77.
Il titolo riprende proprio la canzone di Del Re e la canzone verrà anche inserita nella colonna sonora del film.
La figura dell'artista è stata raccontata anche attraverso libri e documentari come Enzo Del Re il corpofonista, della giornalista Timisoara Pinto, e il documentario Io e la mia sedia (2010), diretto da Angelo Amoroso Aragona.
Il 24 gennaio 2026, la band pugliese Acquasumarte pubblica su tutti gli store digitali e sulle principali piattaforme di streaming la propria versione.
Una scelta non casuale: la pubblicazione avviene proprio nel giorno in cui l’artista avrebbe compiuto 82 anni.
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo ti saluto ti saluto, ti saluto a pugno chiuso nel mio pugno c'è la lotta contro la nocività
Vincenzo “Enzo” Del Re è stato un cantastorie proletario, un artista fuori dagli schemi che fece della propria musica una scelta di libertà.
Autodidatta e profondamente legato alla tradizione popolare pugliese, rifiutò le regole dell'industria discografica e costruì uno stile personale, essenziale e inconfondibile.
La sua musica non aveva bisogno di grandi orchestre.
Aveva bisogno della sua voce, del suo corpo e di pochi oggetti quotidiani.
Negli anni Sessanta e Settanta Del Re partecipò alle esperienze del teatro politico d'avanguardia, collaborando con Dario Fo in Nuova Scena e con Antonio Infantino, anche nell'ambito dei canti legati alle lotte politiche e sociali.
Anche il modo in cui Enzo Del Re faceva musica raccontava questa stessa idea.
Mentre i cantautori utilizzavano chitarre, pianoforti e altri strumenti tradizionali, Del Re scelse di trasformare il proprio corpo e gli oggetti di tutti i giorni in strumenti musicali.
Al centro delle sue esibizioni c'era soprattutto una sedia di legno impagliata.
La colpiva con le mani, i pugni, le nocche e le dita, ricavandone ritmi differenti. 
A volte utilizzava anche scatoloni o una valigia da emigrante.
Poi c'era il suo corpo.
Il torace, la pancia, le guance diventavano percussioni.
I colpi si mescolavano agli schiocchi della lingua e alla voce.
Questa tecnica venne definita corpofonia: il corpo stesso diventava uno strumento musicale.
E quella sedia non era soltanto un oggetto.
Aveva anche un significato simbolico.
Era qualcosa di semplice, popolare, quotidiano. 
Un oggetto lontanissimo dalla tecnologia e dagli strumenti sofisticati dell'industria musicale.
Fino alla fine rimase fedele a una scelta artistica lontana dalle regole dello spettacolo tradizionale.
Enzo Del Re è morto il 6 giugno 2011, a Mola di Bari.


Cover band pugliese Acquasumarte


Tracce e letture consigliate:.
Web:

Enzo Del Re Wikipedia – La sezione enciclopedica e la discografia dedicate a Enzo Del Re
Libri:
Lavorare con lentezza Enzo Del Re il corpofonista  Timisoara Pinto
Discografia:
Il banditore - Enzo Del Re (LP)1974

domenica, settembre 06, 2026

La ballata dell'ex -Sergio Endrigo



La ballata dell’ex: Sergio Endrigo, la Resistenza e la censura

La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Ci sono canzoni che raccontano la Resistenza.
E poi ce ne sono alcune che raccontano cosa è successo dopo.
La ballata dell'ex di Sergio Endrigo appartiene a questa seconda categoria.
Pubblicata nel 1966 nell’album Endrigo, per la Fonit Cetra, è una canzone che non racconta la guerra partigiana attraverso l’eroismo, le vittorie o le celebrazioni.
Racconta quello che resta quando la guerra è finita.
E soprattutto racconta cosa può succedere a chi ha combattuto per cambiare il mondo quando quel mondo, alla fine, cambia molto meno di quanto aveva sperato.
La canzone nasce dalle letture di Italo Calvino, Vasco Pratolini e Carlo Cassola, in particolare La ragazza di Bube.
È lo stesso Endrigo a ricordare questo legame, spiegando che il brano esprime l’amarezza di quanti avevano creduto che nel dopoguerra sarebbe arrivata una grande trasformazione sociale che, secondo lui, non si realizzò.
Al centro della storia c'è un ex partigiano di nome Danilo.
Danilo è un uomo che torna a casa dopo la guerra.
Ha passato anni sui monti, nella clandestinità, tra la paura e la speranza che, dopo la Liberazione, sarebbe arrivato qualcosa di diverso.
Un mondo più giusto.
Più libero.
Più uguale.
E torna al suo paese che è rimasto sempre quello con qualche casa in meno ed un campanile in più, c'è il vecchio maresciallo che lo vuole interrogare, così per niente per formalità, mi chiamano Danilo e sono qua. E vogliono sapere perché come quando e dove soltanto per vedere se ha diritto alla pensione,gli chiedono per caso come è andata quella sera che son partiti il conte e il podestà e chi li ha fatti fuori non si sa.
Sergio Endrigo
Quando finalmente la guerra finisce, scende dalle montagne e consegna le armi.
È il momento in cui dovrebbe cominciare la nuova vita.
Ma è proprio allora che arriva la delusione.
Danilo torna nel suo paese e scopre che, nonostante tutto quello che è successo, molte cose sembrano essere rimaste al loro posto.
Il paese è quasi lo stesso.
Ci sono qualche casa in meno e un campanile in più, ma l'impressione è quella di ritrovare un mondo familiare e, allo stesso tempo, profondamente diverso.
Anche il vecchio ordine sembra riaffiorare.
Ad aspettarlo c'è un vecchio maresciallo dei carabinieri che vuole interrogarlo.
Ufficialmente per una questione quasi burocratica, per verificare perfino se abbia diritto alla pensione.
Ma le domande finiscono inevitabilmente per tornare alla guerra.
A quella notte in cui sono partiti il conte e il podestà.
E alla domanda più scomoda:
chi li ha fatti fuori?
È qui che la canzone comincia a diventare qualcosa di più di una storia personale.
Perché Danilo non è soltanto Danilo.
È il simbolo di una generazione che aveva combattuto immaginando un’Italia diversa e che, finita la guerra, si ritrova davanti a una realtà molto più complessa rispetto alle proprie speranze.
La Resistenza aveva rappresentato per molti combattenti non soltanto la liberazione dal fascismo, ma anche l'aspettativa di una trasformazione profonda della società.
La canzone racconta proprio la distanza tra quelle aspettative e la realtà del dopoguerra.
E mentre Danilo cerca il proprio posto nella nuova Italia, scopre che molti dei compagni di allora non ci sono più.
Alcuni sono morti.
E altri sono finiti al ministero.
È una delle accuse più amare della canzone.
Il tempo è passato, ma il nemico sembra essere ancora là.
Non necessariamente nelle stesse forme.
Ma come presenza, come mentalità, come continuità di un sistema che la Resistenza aveva sperato di superare.
La musica della canzone è orecchiabile, quasi leggera, con un andamento da ballata popolare.
In netto contrasto con quello che racconta.
Da una parte c'è una melodia che sembra invitare a cantare.
Dall'altra c'è la storia di un uomo che scopre che il mondo per cui aveva combattuto non è diventato quello che immaginava.
È proprio questo contrasto a rendere il brano particolarmente efficace.
La amarezza passa attraverso un racconto semplice, quasi quotidiano.
E forse è proprio questa normalità a renderla ancora più tagliente.
Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno, vent'anni son passati e il nemico è sempre là. Ma i tuoi compagni ormai non ci son più, son tutti al ministero o all'aldilà. Ci fosse un cane a ricordare che...Andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano...
Alcuni versi, però, risultarono particolarmente scomodi.
E arrivò la censura.
Secondo quanto raccontò lo stesso Endrigo, la Presidenza del Consiglio intervenne sul testo, colpendo proprio quei versi che condensavano tutta l’amarezza della canzone:
«Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno / vent’anni son passati e il nemico è sempre là».Nel disco, le parole censurate vennero sostituite da un fischio.
Endrigo raccontò di aver visto personalmente il documento con cui era stata disposta la censura.
Perché quelle parole contenevano la domanda centrale della canzone.
La ballata dell’ex non dice semplicemente:abbiamo combattuto e abbiamo vinto.
Dice qualcosa di molto più scomodo:abbiamo combattuto. E poi, cosa è successo?
È questa la domanda che rimane quando la canzone finisce.
Che cosa è rimasto delle speranze di chi aveva combattuto?
Che cosa è cambiato davvero?
Ricordare la Resistenza non significa soltanto ricordare chi ha combattuto.
Significa anche avere il coraggio di chiedersi che Paese è nato da quella lotta.
Ed è forse proprio per questo che, a distanza di tanti anni, La ballata dell'ex continua a essere una canzone scomoda.
Non perché metta in discussione il valore della Resistenza.
La mette alla prova.

Ascolta su Spotify

Tracce e letture consigliate:.
Web:
Sergio Endrigo Wikipedia – La sezione enciclopedica e la discografia dedicate a Sergio Endrigo e al suo impegno nella canzone d'autore.
Aneddoti - La Ballata Dell'Ex – Riferimenti alla canzone sito tributo www.sergioendrigo.it
Discografia:
Sergio Endrigo – Endrigo (LP). Etichetta: Fonit Cetra , 1966.