sabato, marzo 28, 2026

Ho visto un re – Enzo Jannacci


Ho visto un re significato: analisi della canzone di Enzo Jannacci e Dario Fo

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Ho visto un re è un brano entrato nella storia della canzone popolare.  
Interpretato da Enzo Jannacci, con testo del premio Nobel Dario Fo e musica di Paolo Ciarchi, il brano fu pubblicato nel 1968 come singolo insieme a Bobo Merenda e successivamente inserito nell’album Vengo anch’io. No, tu no.
La canzone nasce per lo spettacolo teatrale Ci ragiono e canto ed è concepita come una “finta” canzone popolare, ispirata a un canto tradizionale dell’Amiata raccolto da Caterina Bueno. 
Nella prima edizione, per ragioni burocratiche, la musica non venne attribuita a Ciarchi non ancora iscritto alla SIAE ma a uno pseudonimo. 
La registrazione originale vede l’orchestra diretta da Luis Enrique Bacalov, con un coro formato, tra gli altri, da Cochi e Renato e Giorgio Gaber. 
Dietro il dialetto milanese e un ritmo leggero e teatrale si nasconde, in realtà, una satira tagliente contro il potere.
Il brano è infatti un esempio perfetto di satira costruita attraverso il paradosso e la ripetizione. 
La struttura è volutamente semplice, quasi come una filastrocca: ogni episodio segue lo stesso schema, con il coro che interviene (“Ah, beh, sì, beh…”) e il narratore che racconta. 
Questo ritmo crea un effetto comico, ma allo stesso tempo porta l’ascoltatore a una crescente consapevolezza. 
All’inizio si susseguono le figure del potere  il re, il vescovo, il ricco tutte accomunate da comportamenti grotteschi: piangono disperatamente per perdite talvolta insignificanti rispetto alla loro enorme ricchezza. 
L’immagine è caricaturale, quasi da fumetto, ma rende evidente la dinamica del potere: la prepotenza scende sempre verso il basso. 
Il punto di svolta arriva con il “vilàn”, il contadino. 
Qui la logica cambia radicalmente: non si tratta più di perdere una parte delle proprie cose, ma tutto. 
La lista delle perdite casa, cascinale, mucca, strumenti, affetti è lunga, concreta. 
Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore perfino il cardinale l'han mezzo rovinato. Gli han portato via La casa, il cascinale la mucca il violino la scatola di kaki la radio a transistor i dischi di Little Tony la moglie. E po', cus'è? Un figlio militare ah beh, sì beh gli hanno ammazzato anche il maiale pover purscel nel senso del maiale sì beh, ah beh, sì beh
Eppure, proprio lui non piange. 
Ride. 
Il suo non è un riso di gioia, ma una forma di adattamento forzato alla realtà. 
Quando il coro si chiede “ma è matto?”, la risposta è chiara: i contadini devono restare allegri, perché il loro dolore darebbe fastidio ai potenti. 
E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam
Il finale corale è emblematico: “E sempre allegri bisogna stare…” 
Qui la canzone smette di essere solo racconto. 
La forza del brano sta proprio in questo contrasto: fa ridere, ma lascia un retrogusto amaro. 
La comicità di Enzo Jannacci e la scrittura di Dario Fo trasformano la canzone in una vera e propria presa di posizione contro il potere, mettendo in luce come gli interessi dei più forti ricadano sempre sulla gente comune. 
In questo senso, la risata non consola, ma diventa uno strumento di denuncia.
Non sorprende, quindi, che il brano fosse considerato scomodo: nel 1968 Jannacci tentò di portarlo a Canzonissima, ma venne censurato.
Nel corso degli anni, il brano è stato reinterpretato da numerosi artisti, tra cui Paolo Rossi
È stato inoltre riproposto in una coinvolgente esecuzione collettiva insieme a Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Antonio Albanese e Adriano Celentano durante la trasmissione 125 milioni di caz..te.
Non manca poi una versione particolarmente divertente, interpretata da Dario Fo insieme a Mika, andata in onda nel programma Le Invasioni Barbariche
Nel 2014 è stata pubblicata da Luca Bassanese e Antonio Cornacchione, nell'album di Luca Bassanese L'amore (è) sostenibile

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mercoledì, marzo 25, 2026

Dante Di Nanni - Stormy Six


Dante Di Nanni degli Stormy Six: la storia del partigiano torinese simbolo della Resistenza

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Dante Di Nanni è una canzone del gruppo Stormy Six, pubblicata nell’album Un biglietto del tram, registrato nel marzo 1975 negli studi Ariston di San Giuliano Milanese da Roberto Di Muro Villicich. 
Il brano rievoca la figura di Dante Di Nanni, giovane partigiano torinese, trasformato nel tempo in un simbolo della memoria antifascista. 
È proprio questo mito, radicato nella cultura popolare, che gli Stormy Six riprendono: la storia di un ragazzo che, anche dopo la morte, continua a vivere come presenza simbolica e come monito nella coscienza collettiva della città. 
Nato a Torino il 27 marzo 1925, Di Nanni proveniva da una modesta famiglia di immigrati pugliesi. Lavorò fin da giovane come operaio, senza rinunciare agli studi, che proseguì frequentando la scuola serale. 
Nel traffico del centro pedala sopra il suo triciclo e fischia forte alla garibaldina. Il carico che piega le sue gambe è l'ingiustizia, la vita è dura per Dante di Nanni  la vita è dura per Dante di Nanni
A diciassette anni si arruolò nella Regia Aeronautica e, nell’agosto 1943, prestava servizio come motorista a Udine. 
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 scelse di unirsi alla Resistenza contro i nazifascisti. Inizialmente operò nei pressi di Boves insieme all’amico Francesco Valentino; successivamente tornò a Torino, entrando nei GAP guidati dal partigiano Giovanni Pesce. 
Partecipò così ad azioni di sabotaggio e guerriglia urbana. 
Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 1944 prese parte, insieme ai compagni, all’attacco di una stazione radio nella zona della Stura. 
Dopo aver disarmato i militari di guardia, il gruppo fu però sorpreso da un reparto nemico: nello scontro tutti rimasero feriti e Di Nanni fu colpito gravemente. 
Nonostante ciò riuscì a rifugiarsi in un’abitazione nel quartiere Borgo San Paolo. 
La mattina seguente, il 18 maggio 1944, fascisti e tedeschi circondarono l’edificio di via San Bernardino dove si era nascosto. 
L’assedio, sostenuto anche da mezzi corazzati, durò diverse ore. 
Di Nanni resistette con il mitra e con bombe a mano, riuscendo perfino a danneggiare i veicoli nemici. Quando esaurì le munizioni e le sue condizioni divennero disperate, si affacciò al balcone, ferito e coperto di sangue, alzò il pugno chiuso in segno di sfida e si gettò nel vuoto per non essere catturato vivo. 
Morì così a soli diciannove anni. 
Per il coraggio dimostrato gli fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare. 
La canzone degli Stormy Six lo presenta come un ragazzo comune, segnato da una vita di lavoro e sacrifici. 
Le prime strofe descrivono la sua quotidianità di giovane operaio che si alza all’alba per andare in fabbrica e continua a studiare la sera, nonostante le difficoltà. 
Il racconto della sua morte, per mano dei fascisti, si intreccia però con un’idea centrale: quella di una presenza che non scompare. 
Scritta in forma narrativa e popolare, la canzone insiste sul fatto che, a distanza di anni, la figura di Di Nanni continui a vivere simbolicamente nella città. 
L’immagine di Dante che “gira per Torino” rappresenta proprio la memoria della Resistenza e la forza del suo esempio. 
Il testo suggerisce che i fascisti non possano mai sentirsi del tutto al sicuro, perché quella memoria resta viva nella coscienza collettiva. 
Attraverso un linguaggio semplice ma incisivo, il brano trasforma il gesto estremo del giovane partigiano in simbolo di una resistenza collettiva: il suo sacrificio non appartiene soltanto al passato, ma continua a parlare al presente. 
Nel 2012 lo storico Nicola Adduci ha pubblicato uno studio che propone una nuova ricostruzione della sua vicenda, basata su testimonianze e relazioni autoptiche. 
Pur offrendo una versione in parte diversa da quella tramandata da Pesce, la ricerca non mette in discussione il coraggio né il valore della sua figura. 
Già nel 1944, poco dopo la sua morte, si era consolidata un’immagine eroica di Di Nanni, utile a rafforzare il morale dei GAP torinesi e il sostegno popolare alla Resistenza.
In suo onore venne fondata nelle Langhe la 48ª Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”, che partecipò anche alla Liberazione di Alba il 10 ottobre dello stesso anno. 
Oggi, grazie agli studi storici più recenti, è possibile cogliere Dante Di Nanni sia come simbolo sia come persona reale; e, sebbene tali studi ridimensionino alcuni elementi mitizzati, la sua forza non ne risulta indebolita: egli resta infatti una figura centrale della memoria civile e della lotta per la libertà.
Trent'anni son passati, da quel giorno che i fascisti ci si son messi in cento ad ammazzarlo e ancora non si sentono tranquilli, perché sanno che gira per la città, Dante di Nanni gira per la città, Dante di Nanni
Il testo e la musica della canzone sono di Umberto Fiori e Tommaso Leddi. 
Il brano è stato reinterpretato anche dal gruppo Gang nell’album La rossa primavera (2009), mentre gli Assalti Frontali lo citano nella canzone Fascisti in doppiopetto. La città di Torino gli ha dedicato una via nel quartiere Borgo San Paolo. Inoltre, il 26 aprile 2011, nel quartiere Vanchiglia, è stato realizzato un murale che affianca la sua figura a quella del pacifista Vittorio Arrigoni. 
Una targa commemorativa, infine, ricorda il luogo dello scontro e della sua morte.

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