La ballata dell’ex: Sergio Endrigo, la Resistenza e la censura
La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Ci sono canzoni che raccontano la Resistenza.
E poi ce ne sono alcune che raccontano cosa è successo dopo.
La ballata dell'ex di Sergio Endrigo appartiene a questa seconda categoria.
Pubblicata nel 1966 nell’album Endrigo, per la Fonit Cetra, è una canzone che non racconta la guerra partigiana attraverso l’eroismo, le vittorie o le celebrazioni.
Racconta quello che resta quando la guerra è finita.
E soprattutto racconta cosa può succedere a chi ha combattuto per cambiare il mondo quando quel mondo, alla fine, cambia molto meno di quanto aveva sperato.
La canzone nasce dalle letture di Italo Calvino, Vasco Pratolini e Carlo Cassola, in particolare La ragazza di Bube.
È lo stesso Endrigo a ricordare questo legame, spiegando che il brano esprime l’amarezza di quanti avevano creduto che nel dopoguerra sarebbe arrivata una grande trasformazione sociale che, secondo lui, non si realizzò.
Al centro della storia c'è un ex partigiano di nome Danilo.
Danilo è un uomo che torna a casa dopo la guerra.
Ha passato anni sui monti, nella clandestinità, tra la paura e la speranza che, dopo la Liberazione, sarebbe arrivato qualcosa di diverso.
Un mondo più giusto.
Più libero.
Più uguale.
E torna al suo paese che è rimasto sempre quello con qualche casa in meno ed un campanile in più, c'è il vecchio maresciallo che lo vuole interrogare, così per niente per formalità, mi chiamano Danilo e sono qua. E vogliono sapere perché come quando e dove soltanto per vedere se ha diritto alla pensione,gli chiedono per caso come è andata quella sera che son partiti il conte e il podestà e chi li ha fatti fuori non si sa.
È il momento in cui dovrebbe cominciare la nuova vita.
Ma è proprio allora che arriva la delusione.
Danilo torna nel suo paese e scopre che, nonostante tutto quello che è successo, molte cose sembrano essere rimaste al loro posto.
Il paese è quasi lo stesso.
Ci sono qualche casa in meno e un campanile in più, ma l'impressione è quella di ritrovare un mondo familiare e, allo stesso tempo, profondamente diverso.
Anche il vecchio ordine sembra riaffiorare.
Ad aspettarlo c'è un vecchio maresciallo dei carabinieri che vuole interrogarlo.
Ufficialmente per una questione quasi burocratica, per verificare perfino se abbia diritto alla pensione.
Ma le domande finiscono inevitabilmente per tornare alla guerra.
A quella notte in cui sono partiti il conte e il podestà.
E alla domanda più scomoda:
chi li ha fatti fuori?
È qui che la canzone comincia a diventare qualcosa di più di una storia personale.
Perché Danilo non è soltanto Danilo.
È il simbolo di una generazione che aveva combattuto immaginando un’Italia diversa e che, finita la guerra, si ritrova davanti a una realtà molto più complessa rispetto alle proprie speranze.
La Resistenza aveva rappresentato per molti combattenti non soltanto la liberazione dal fascismo, ma anche l'aspettativa di una trasformazione profonda della società.
La canzone racconta proprio la distanza tra quelle aspettative e la realtà del dopoguerra.
E mentre Danilo cerca il proprio posto nella nuova Italia, scopre che molti dei compagni di allora non ci sono più.
Alcuni sono morti.
E altri sono finiti al ministero.
È una delle accuse più amare della canzone.
Il tempo è passato, ma il nemico sembra essere ancora là.
Non necessariamente nelle stesse forme.
Ma come presenza, come mentalità, come continuità di un sistema che la Resistenza aveva sperato di superare.
La musica della canzone è orecchiabile, quasi leggera, con un andamento da ballata popolare.
In netto contrasto con quello che racconta.
Da una parte c'è una melodia che sembra invitare a cantare.
Dall'altra c'è la storia di un uomo che scopre che il mondo per cui aveva combattuto non è diventato quello che immaginava.
È proprio questo contrasto a rendere il brano particolarmente efficace.
La amarezza passa attraverso un racconto semplice, quasi quotidiano.
E forse è proprio questa normalità a renderla ancora più tagliente.
Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno, vent'anni son passati e il nemico è sempre là. Ma i tuoi compagni ormai non ci son più, son tutti al ministero o all'aldilà. Ci fosse un cane a ricordare che...Andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano...
Alcuni versi, però, risultarono particolarmente scomodi.
E arrivò la censura.
Secondo quanto raccontò lo stesso Endrigo, la Presidenza del Consiglio intervenne sul testo, colpendo proprio quei versi che condensavano tutta l’amarezza della canzone:
«Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno / vent’anni son passati e il nemico è sempre là».Nel disco, le parole censurate vennero sostituite da un fischio.
Endrigo raccontò di aver visto personalmente il documento con cui era stata disposta la censura.
Perché quelle parole contenevano la domanda centrale della canzone.
La ballata dell’ex non dice semplicemente:abbiamo combattuto e abbiamo vinto.
Dice qualcosa di molto più scomodo:abbiamo combattuto. E poi, cosa è successo?
È questa la domanda che rimane quando la canzone finisce.
Che cosa è rimasto delle speranze di chi aveva combattuto?
Che cosa è cambiato davvero?
Ricordare la Resistenza non significa soltanto ricordare chi ha combattuto.
Significa anche avere il coraggio di chiedersi che Paese è nato da quella lotta.
Ed è forse proprio per questo che, a distanza di tanti anni, La ballata dell'ex continua a essere una canzone scomoda.
Non perché metta in discussione il valore della Resistenza.
La mette alla prova.
Ascolta su Spotify
Web:
Sergio Endrigo Wikipedia – La sezione enciclopedica e la discografia dedicate a Sergio Endrigo e al suo impegno nella canzone d'autore.
Aneddoti - La Ballata Dell'Ex – Riferimenti alla canzone sito tributo www.sergioendrigo.it
Discografia:
Sergio Endrigo – Endrigo (LP). Etichetta: Fonit Cetra , 1966.
Sergio Endrigo – Endrigo (LP). Etichetta: Fonit Cetra , 1966.


