Rebel Songs
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sabato, giugno 06, 2026

Ma mi... - Ornella Vanoni


Ma mi: significato della canzone di Ornella Vanoni tra Resistenza e dignità morale

La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare. 
Ma mi... è una canzone in dialetto milanese scritta da Giorgio Strehler e musicata da Fiorenzo Carpi, resa celebre da Ornella Vanoni, che la incise nel 1959.
Il brano nacque all'interno del progetto delle Canzoni della mala, ideato da Strehler tra il 1957 e il 1958 per un recital interpretato dalla giovane Vanoni, allora sua compagna. 
Il repertorio raccontava il mondo della malavita milanese attraverso figure come ladri, detenuti, poliziotti e personaggi ai margini della società. 
Per suscitare la curiosità del pubblico, si lasciò inizialmente credere che si trattasse di autentici canti popolari recuperati da antichi manoscritti. 
In realtà, le canzoni erano state scritte appositamente da autori come Fiorenzo Carpi e Gino Negri per le musiche, e da Giorgio Strehler e Dario Fo per i testi. 
Apparentemente riconducibile alla tradizione popolare milanese, il brano è in realtà il risultato di una raffinata operazione artistica e teatrale concepita all'interno del Piccolo Teatro di Milano. 
La sua forza è stata tale da trasformarlo, nel tempo, in una sorta di canto popolare contemporaneo, entrato stabilmente nell'immaginario collettivo cittadino e spesso considerato, insieme a O mia bela Madunina, uno dei brani simbolo di Milano. 
Nei primi dischi incisi da Ornella Vanoni, la paternità del testo venne attribuita ad «Anonimo» e solo successivamente registrata a nome di Giorgio Strehler. 
Questa scelta contribuì ad alimentare quello che è stato definito uno dei più riusciti «falsi storici» della musica italiana: una canzone moderna capace di essere percepita come autentica tradizione di inizio secolo.
Hemm faa la guerra in Albania poeu sù in montagna a ciapà i ratt. Negher, todesch de la Wermacht mi fan morire domà a pensagh! Poeu m’hann cataa in d’ona imboscada pugn e pesciad e ‘na fusilada

L’origine di Ma mi affonda le radici nell’esperienza personale vissuta da Giorgio Strehler durante la Seconda guerra mondiale. Subito dopo l’armistizio dell'8 settembre, fermamente ostile al regime fascista, il futuro regista rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e si unì attivamente alla Resistenza milanese come militante socialista. 
Questa militanza clandestina gli costò una condanna a morte in contumacia che, nel gennaio del 1944, lo costrinse a cercare rifugio in Svizzera, dove venne internato nel campo militare di Mürren.
Durante l’esilio elvetico non interruppe la sua attività: continuò a dedicarsi al teatro, entrò in contatto con il mondo degli intellettuali rifugiati e, una volta trasferitosi a Ginevra, fondò la Compagnie des Masques firmando gli spettacoli con lo pseudonimo di Georges Firmy. 
Fu una stagione densa, segnata dai traumi della guerra, dall’incertezza del futuro e da un profondo impegno civile; tutte esperienze che scavarono una traccia indelebile nella sua formazione umana e artistica.
Questo vissuto segnato dalla guerra, dall’esilio e dall’impegno antifascista rappresenta una delle principali chiavi interpretative per comprendere l’intensità emotiva di Ma mi
Sebbene alcune ricostruzioni abbiano ipotizzato una breve prigionia di Strehler in Italia durante il conflitto, la documentazione disponibile non consente di ricostruire con certezza questo episodio. 
Al di là delle questioni biografiche, resta evidente come l’esperienza diretta della guerra e della persecuzione politica abbia contribuito a conferire al brano una particolare forza espressiva nella rappresentazione della prigionia, della fedeltà ai propri compagni e del rifiuto del tradimento.
Al di là di queste successive sovrapposizioni tra la biografia dell'autore e la trama del brano, la canzone restituisce con straordinario realismo l'angoscia del carcere, il valore della fedeltà e il rifiuto categorico del tradimento.
Strehler riesce così a far emergere la dimensione profondamente morale e umana della Resistenza, spingendola ben oltre la semplice cronaca storica degli eventi.
Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott a San Vittor a ciapà i bott dormì de can, pien de malann. Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott sbattuu de sù, sbattuu de giò mi son de quei che parlen nò!
Il protagonista di Ma mi è un malnatt, un piccolo criminale cresciuto nella periferia milanese insieme a tre amici d’infanzia: il Padula, il Rodolfo e il Gaina. 
Legati da un’esistenza difficile e marginale, i quattro condividono prima l’esperienza della campagna militare in Albania e poi la scelta di unirsi alla lotta partigiana contro il nazifascismo.
Finita la guerra, il protagonista ritorna alla sua vita ai margini della legalità, fino a essere nuovamente arrestato. 
Nel carcere di San Vittore subisce una dura detenzione fatta di violenze, isolamento e continui interrogatori. Per quaranta giorni e quaranta notti resiste alle pressioni della polizia, che gli promette la libertà o una riduzione della pena in cambio di informazioni sui compagni. 
Nonostante tutto, sceglie di tacere e di restare fedele alla parola data.
Attraverso questa figura lontana dall’immagine tradizionale dell’eroe, Strehler propone una riflessione sul significato della Resistenza e sui valori che essa ha incarnato. Il protagonista, pur segnato da un passato contraddittorio, dimostra una forte integrità morale: ciò che conta non è la sua appartenenza politica, ma la capacità di opporsi al ricatto e di non tradire.
In un’intervista rilasciata nel 1982 durante la trasmissione Blitz di Gianni Minà, Giorgio Strehler chiarì che Ma mi non è una canzone della Resistenza in senso stretto, bensì una canzone che parla della Resistenza. 
Secondo l’autore, il tema centrale non riguarda soltanto la lotta contro il nazifascismo, ma una più generale forma di resistenza morale, intesa come rifiuto della delazione e difesa della propria dignità. Per questo definì il brano un vero e proprio «canto post-partigiano».
Il ricordo dell’esperienza partigiana si accompagna però a un sentimento di disillusione. 
Nel dopoguerra il protagonista non ritrova quella trasformazione morale e sociale che molti avevano sperato dopo la Liberazione: il potere continua infatti a esercitare pressioni e a pretendere compromessi. 
La straordinaria efficacia della canzone risiede anche nel contrasto tra la durezza della vicenda narrata (i quaranta giorni di torture) e l'andamento quasi di ballata popolare e ironica della melodia composta da Fiorenzo Carpi.
È proprio questa tensione tra tragedia e leggerezza ad aver reso Ma mi uno dei brani più originali e duraturi della cultura musicale italiana del Novecento.
Nel corso degli anni la canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti, tra cui Enzo Jannacci, Dario Fo, Milva, Giorgio Gaber, Nanni Svampa, Paolo Rossi, Francesco Guccini e, in una trascinante versione rocksteady, anche dagli Arpioni, confermando la sua eterna capacità di attraversare generazioni e linguaggi musicali diversi.

[Testo in Italiano] Eravamo in quattro, col Padula, il Rodolfo, il Gaina e io: Quattro amici, quattro malnati Venuti su insieme come i gatti. Abbiam fatto la guerra in Albania, Poi su in montagna ad acchiappar topi: Neri, Tedeschi della Wermacht, Mi fanno morire solo a pensarci! Poi m'han beccato in questa imboscata, Pugni, calci e una fucilata... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Il Commissario una mattina mi manda a chiamare all'improvviso: «Noi siamo qui, non sente alcun» Mi diceva, sto brutto terrone; Mi diceva, i tuoi compagni Li piglieremo anche senza di te Ma se tu parlassi, ti firmo qua il condono: la libertà. Sei fesso se resti contento Di stare tu solo qua dentro...». Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Son chiuso qua in questa topaia Piena di nebbia, di freddo e di buio; Sotto queste mura passano i tram, Fracasso e vita della mia Milano. Il cuore si stringe, vien giù la sera, Mi sento male e non mi reggo in piedi; Accucciato sul letto in un cantone, Mi pare di essere proprio nessuno. Star sulla terra è peggio che stare in guerra: La libertà varrà bene una spiata! Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Ma io non parlo!



Tracce e letture consigliate:
Web e Video:

Canzoni della mala – La storia del progetto teatrale e musicale ideato da Strehler su Wikipedia.
Ma mi – La scheda critica del brano, le sue origini e le censure d'epoca.
Giorgio Strehler spiega "Ma mi" – L'intervista cult del 1982 a Blitz con Gianni Minà su YouTube.
Discografia:
Ornella Vanoni – Le canzoni della mala (EP 45 giri). Etichetta: Ricordi, 1959.



domenica, maggio 10, 2026

Ballata triste - Nada


Ballata triste di Nada: significato, testo e denuncia contro il femminicidio.

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Ballata triste di Nada è un brano pubblicato nel 2016 nell’album L’amore devi seguirlo. 
La canzone rappresenta una forte denuncia sociale contro la violenza domestica e il femminicidio.
Era una giornata nata per andare come sempre a lavorare ma poi una parola tira l’altra e la storia si macchia di qualcosa che era da venire e una parola tira l’altra e diventan pietre che saltano sui muri e si mettono di traverso
Attraverso il racconto di una giornata apparentemente normale che precipita lentamente nella tragedia, il brano porta alla luce la drammatica realtà degli abusi consumati nel silenzio delle mura domestiche, mettendo in evidenza la solitudine delle vittime e l’indifferenza della società.
Tuttavia, la cantante non si limita a descrivere l’atto finale, ma esplora ciò che precede la tragedia: le tensioni quotidiane, le emozioni irrisolte e la complessità dei rapporti umani.
Nel 2017 la canzone ha ricevuto il Premio Amnesty International Italia come miglior brano sui diritti umani, riconoscimento assegnato da Amnesty International Italia e dall’associazione Voci per la Libertà. Nada ha raccontato di aver scritto il pezzo di getto, colpita dall’ennesima notizia di femminicidio, trasformando dolore e rabbia in una forma di ribellione artistica. 
La cantante sottolinea inoltre quanto sia fondamentale educare fin dall’infanzia al rispetto e alla gestione dei conflitti, affinché l’amore non degeneri in possesso o violenza.
Anche Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, ha evidenziato il valore del brano, affermando che canzoni come Ballata triste riescono a raccontare la sofferenza delle vittime meglio delle statistiche, sensibilizzando il pubblico su una realtà troppo spesso ignorata o normalizzata.
All’interno dell’album L’amore devi seguirlo, Nada affronta temi sociali e contemporanei mantenendo uno stile intenso, poetico ed estremamente umano. 
Il disco nasce dal desiderio di raccontare “la fotografia del momento che viviamo” ed è caratterizzato da arrangiamenti essenziali, realizzati principalmente con GarageBand e volutamente vicini alle demo originali. 
L’artista lo definisce infatti “un grido di protesta” contro le ingiustizie del presente.
Il videoclip ufficiale di Ballata triste accompagna e rafforza il messaggio della canzone. 
Nel video Nada danza sola in uno spazio completamente bianco, simbolo di vuoto, isolamento e fragilità emotiva.
Il video, ideato e diretto da Lorenzo Kruger dei Nobraino, sceglie un’estetica minimalista: sia l’ambientazione sia gli abiti di Nada sono interamente bianchi. 
Questa scelta visiva amplifica il senso di sospensione e solitudine, mettendo al centro il corpo e l’espressività della cantante come strumenti di racconto emotivo.
E il sangue corre alla testa non si può fermare i figli sono a scuola, nessuno può sentire. Che amore che amore finito così tra le pareti di una stanza e una miseria prepotente amore che amore finito così tra una spinta una caduta un pugno e una ferita.
Nada, pseudonimo di Nada Malanima, è una delle figure più originali e versatili della musica italiana, capace di attraversare oltre cinquant’anni di carriera reinventandosi continuamente tra canzone d’autore, letteratura e teatro. 
Nata a Gabbro, in provincia di Livorno, nel 1953, viene scoperta giovanissima e raggiunge il successo a soli quindici anni con Ma che freddo fa, presentata al Festival di Sanremo insieme ai The Rokes. Il brano diventa un successo internazionale e le vale il soprannome di “pulcino del Gabbro”.
Negli anni Settanta conquista nuovamente il pubblico vincendo il Festival di Sanremo con Il cuore è uno zingaro, interpretata insieme a Nicola Di Bari. In seguito si allontana progressivamente dal pop tradizionale per avvicinarsi alla canzone d’autore, influenzata soprattutto da Piero Ciampi
In questo periodo collabora anche con artisti come Paolo Conte, Antonello Venditti, Riccardo Cocciante e Claudio Baglioni.
Negli anni Ottanta torna al grande successo pop con Amore disperato, diventato uno dei simboli musicali del decennio. 
Dopo un periodo più appartato, dagli anni Novanta costruisce una nuova identità artistica come cantautrice indipendente e raffinata, pubblicando album molto apprezzati dalla critica come Tutto l’amore che mi manca, prodotto da John Parish, e L’amore devi seguirlo.
Parallelamente alla musica, Nada sviluppa anche una significativa carriera letteraria e teatrale. Pubblica raccolte poetiche e romanzi autobiografici come Il mio cuore umano, da cui viene tratto anche un film televisivo. Come attrice lavora in teatro e televisione con personalità importanti quali Dario Fo e Francesca Archibugi.
Negli ultimi anni continua a sperimentare e a rinnovarsi artisticamente, collaborando anche con gruppi indie come The Zen Circus e mantenendo sempre una forte attenzione verso i temi sociali e civili.

Ascolta su Spotify


Tracce e letture consigliate:
Web: Nada (cantante) Scheda Wikipedia
“Ballata triste” di Nada migliore brano sui diritti umani del 2016 22 Marzo 2017 Articolo Amnesty International Italia
Intervista: Nada per “L’amore devi seguirlo” ho ricercato poche note in buone idee Di domanipress 1 Febbraio 2016  Intervista
Discografia: Nada - L'Amore Devi Seguirlo Etichetta: Santeria Uscita:2016 

sabato, marzo 28, 2026

Ho visto un re – Enzo Jannacci


Ho visto un re significato: analisi della canzone di Enzo Jannacci e Dario Fo

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Ho visto un re è un brano entrato nella storia della canzone popolare.  
Interpretato da Enzo Jannacci, con testo del premio Nobel Dario Fo e musica di Paolo Ciarchi, il brano fu pubblicato nel 1968 come singolo insieme a Bobo Merenda e successivamente inserito nell’album Vengo anch’io. No, tu no.
Fo e Jannacci si erano conosciuti nei primi anni Sessanta al Derby Club,storico locale milanese famoso per aver lanciato numerosi artisti di successo.
La canzone nasce per lo spettacolo teatrale Ci ragiono e canto ed è concepita come una “finta” canzone popolare, rielaborata a partire da materiali della tradizione popolare toscana raccolti anche da Caterina Bueno.
Nella prima edizione, per ragioni burocratiche, la musica non venne attribuita a Ciarchi non ancora iscritto alla SIAE ma a uno pseudonimo. 
La registrazione originale vede l’orchestra diretta da Luis Enrique Bacalov, con un coro a cui parteciparono anche esponenti dell’ambiente artistico milanese dell’epoca, tra cui vengono spesso citati Cochi e Renato e Giorgio Gaber.
Dietro il dialetto milanese e un ritmo leggero e teatrale si nasconde, in realtà, una satira tagliente contro il potere.
Il brano è infatti un esempio perfetto di satira costruita attraverso il paradosso e la ripetizione. 
La struttura è volutamente semplice, quasi come una filastrocca: ogni episodio segue lo stesso schema, con il coro che interviene (“Ah, beh, sì, beh…”) e il narratore che racconta. 
Questo ritmo crea un effetto comico, ma allo stesso tempo porta l’ascoltatore a una crescente consapevolezza. 
All’inizio si susseguono le figure del potere  il re, il vescovo, il ricco accomunate da reazioni sproporzionate alle proprie perdite.
L’immagine è caricaturale, quasi da fumetto, ma rende evidente la dinamica del potere: la prepotenza scende sempre verso il basso. 
Il punto di svolta arriva con il “vilàn”, il contadino. 
Qui la logica cambia radicalmente: non si tratta più di perdere una parte delle proprie cose, ma tutto. 
La lista delle perdite casa, cascinale, mucca, strumenti, affetti è lunga, concreta. 
Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore perfino il cardinale l'han mezzo rovinato. Gli han portato via La casa, il cascinale la mucca il violino la scatola di kaki la radio a transistor i dischi di Little Tony la moglie. E po', cus'è? Un figlio militare ah beh, sì beh gli hanno ammazzato anche il maiale pover purscel nel senso del maiale sì beh, ah beh, sì beh
Eppure, proprio lui non piange. 
Ride. 
Il suo non è un riso di gioia, ma una forma di adattamento forzato alla realtà. 
Quando il coro si chiede “ma è matto?”, la risposta è chiara: i contadini devono restare allegri, perché il loro dolore darebbe fastidio ai potenti. 
E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam
Il finale corale è emblematico: “E sempre allegri bisogna stare…” 
Qui la canzone smette di essere solo racconto. 
La forza del brano sta proprio in questo contrasto: fa ridere, ma lascia un retrogusto amaro. 
La comicità di Enzo Jannacci e la scrittura di Dario Fo trasformano la canzone in una vera e propria presa di posizione contro il potere, mettendo in luce come gli interessi dei più forti ricadano sempre sulla gente comune. 
In questo senso, la risata non consola, ma diventa uno strumento di denuncia.
Il brano suscitò tensioni con la Rai e venne considerato problematico per il contenuto satirico e sociale; la presenza di Jannacci a Canzonissima fu oggetto di polemiche e limitazioni.
Nel corso degli anni, il brano è stato reinterpretato da numerosi artisti, tra cui Paolo Rossi
È stato inoltre riproposto in una coinvolgente esecuzione collettiva insieme a Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Antonio Albanese e Adriano Celentano durante la trasmissione 125 milioni di caz..te.
Non manca poi una versione particolarmente divertente, interpretata da Dario Fo insieme a Mika, andata in onda nel programma Le Invasioni Barbariche
Nel 2014 è stata pubblicata da Luca Bassanese e Antonio Cornacchione, nell'album di Luca Bassanese L'amore (è) sostenibile

Ascolta su Spotify


Tracce e letture consigliate:
Web e Video:
Ci ragiono e canto – La storia dello storico spettacolo teatrale del 1966 ideato da Dario Fo sul canto popolare italiano.
Enzo Jannacci, Dario Fo, Giorgio Gaber, Adriano Celentano e Antonio Albanese - Ho visto un re – La leggendaria e travolgente esecuzione collettiva  su YouTube.
Discografia:
Enzo Jannacci – Ho visto un re / Bobo Merenda (45 giri). Etichetta: Arc / RCA, 1968.
Enzo Jannacci – Vengo anch'io. No, tu no (LP). Etichetta: Arc / RCA, 1968.


sabato, marzo 14, 2026

Soldati buoni e soldati cattivi (Canzone contro la guerra) - Luca Bassanese


Soldati buoni e soldati cattivi: la canzone pacifista

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
La canzone Soldati buoni e soldati cattivi di Luca Bassanese, pubblicata come singolo nel 2022 e successivamente inclusa nell’album RESET! nel 2023, rappresenta un intenso messaggio contro la guerra e una profonda riflessione sulla follia e sulle contraddizioni dell’essere umano.
Luca Bassanese è un artista italiano cantautore, poeta, musicista, attivo nell’ambito del folk d’autore e della canzone d’impegno civile
La sua produzione musicale affronta temi universali come la guerra, l’indifferenza sociale, la sostenibilità ambientale e la giustizia. 
Per Bassanese la musica non costituisce soltanto una forma di intrattenimento, ma diventa uno strumento di educazione, riflessione critica e partecipazione civica. 
Attraverso i suoi brani e i suoi spettacoli, l’artista promuove valori di solidarietà e consapevolezza sociale, contribuendo in modo significativo al panorama della musica d’autore contemporanea.
La sua cifra espressiva fonde la tradizione del cantautorato italiano, con evidenti influenze di Fabrizio De André.
Nel corso della sua carriera, Bassanese ha ricevuto numerosi riconoscimenti. 
Tra questi figurano la Targa MEI per la salvaguardia della musica popolare italiana e un Attestato di Merito per l’impegno civile. 
Ha ottenuto una prima importante visibilità nazionale nel 2004 vincendo il Premio Recanati  Musicultura con il brano Confini. 
Nel tempo ha pubblicato diversi album e libri e ha collaborato con importanti figure della cultura e dello spettacolo italiano, tra cui Dario Fo, Eugenio Finardi e Marco Paolini. 
Ha inoltre partecipato a festival internazionali di rilievo come il Paléo Festival Nyon, lo Sziget Festival e il Le Grand Soufflet, ottenendo consensi da parte del pubblico e della critica.
Il brano mette in discussione la distinzione tra “soldati buoni” e “soldati cattivi”, una distinzione che spesso dipende dalla narrazione dei vincitori. 
Il testo sottolinea infatti che la differenza tra eroe e nemico «dipende solo da chi scriverà sui libri», ricordando come la storia venga spesso raccontata da chi ha prevalso nei conflitti.

Ogni guerra è solo un losco affare  di corruzione e geopolitica globale per chi non muore, vende armi e ti dice: Spara! La guerra è una cosa necessaria

Soldati buoni e soldati cattivi  si apre con l’onomatopea “Pam! Pa, Pa, Pam!”, che richiama il suono degli spari e introduce immediatamente l’atmosfera della guerra. 
Questo motivo sonoro ritorna anche nel ritornello, rafforzando l’immagine della violenza e del conflitto armato.
Bassanese utilizza inoltre la metafora degli “aghi di pini” per descrivere la caduta delle vittime di guerra, offrendo un’immagine poetica ma allo stesso tempo tragica, capace di evidenziare la crudeltà e il lato disumano dei conflitti. 
Il testo mette in luce come la guerra sia spesso guidata da interessi geopolitici e logiche economiche legate al commercio delle armi, mentre chi combatte si trova coinvolto senza avere realmente possibilità di scelta.
Nel brano compare anche la figura di Jurij, che rappresenta il soldato comune.
Un uomo impaurito, costretto a sparare e a combattere talvolta contro persone che potrebbero essere considerate suoi fratelli. 
Il nome Jurij può evocare, per alcuni ascoltatori, il celebre brano Spara Jurij della band CCCP, sebbene non esistano collegamenti diretti confermati. 
In Bassanese, Jurij diventa piuttosto un simbolo universale del soldato obbligato a uccidere, vittima delle dinamiche dei conflitti contemporanei. 
Nel testo si legge infatti: "Ma Jurij è impaurito e continua a sparare perché gli hanno insegnato che così si deve fare,domani canteranno per lui una canzone", un passaggio che richiama indirettamente l’iconico ritornello della storica band punk italiana.
Soldati buoni e soldati cattivi dipende solo da che parte lo scrivi e in mezzo a loro donne, uomini e bambini, cadono a terra come aghi di pini
In conclusione, Soldati buoni e soldati cattivi si configura come una forte denuncia contro la guerra e contro la strumentalizzazione dei soldati da parte del potere politico ed economico. 
Attraverso l’uso di immagini poetiche e di un linguaggio diretto, il brano invita l’ascoltatore a riflettere sul lato umano dei conflitti.
La combinazione tra forza espressiva e messaggio etico rende questa canzone un autentico inno pacifista.



Tracce e letture consigliate:
Web:

Sito ufficiale di Luca Bassanese
Luca Bassanese – Per esplorare la discografia completa, l'attivismo ambientale e i premi vinti dal cantautore vicentino.

Discografia:

Luca Bassanese – RESET! (CD/Digitale). Etichetta: Buenaonda, 2023. 

martedì, gennaio 13, 2026

La ballata del Pinelli - Montelupo


“La ballata del Pinelli” – significato, storia e memoria

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
La ballata del Pinelli è una canzone anarchica italiana che racconta e denuncia la morte di Giuseppe Pinelli, anarchico e ferroviere, precipitato da una finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, mentre era trattenuto e interrogato in seguito alla strage di Piazza Fontana.
In seguito si accertò che l’attentato era stato compiuto da gruppi neofascisti e che sia Pinelli sia Pietro Valpreda, inizialmente accusato insieme a lui, erano innocenti. 
Nel 1969, durante il cosiddetto autunno caldo, l’Italia fu attraversata da forti lotte operaie e da un clima di profonda tensione politica e sociale. 
Il 12 dicembre una bomba esplose alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, provocando numerose vittime. 
Subito dopo la strage la polizia fermò molti sospetti, tra cui l’anarchico Giuseppe Pinelli. 
Pinelli venne trattenuto in questura oltre i limiti previsti dalla legge e, nella notte del 15 dicembre 1969, durante un interrogatorio, cadde da una finestra del quarto piano, morendo poco dopo.
In un primo momento la polizia parlò di suicidio, ma questa versione fu presto messa in discussione. 
I funerali di Pinelli, celebrati il 20 dicembre, divennero un momento simbolico delle tensioni politiche e delle ingiustizie di quel periodo. 
Quella sera a Milano era caldo ma che caldo, che caldo faceva. «Brigadiere, apra un po' la finestra» ad un tratto Pinelli cascò.
Il caso suscitò forti polemiche e rimase a lungo al centro del dibattito pubblico sulla strage di Piazza Fontana e sulla cosiddetta strategia della tensione. 
La vedova di Pinelli non accettò mai la versione ufficiale, sostenendo invece l’ipotesi di un omicidio colposo. 
La canzone La ballata del Pinelli fu improvvisata la sera del 21 dicembre 1969, il giorno successivo ai funerali, da quattro giovani anarchici del Circolo “Gaetano Bresci” di Mantova. 
In seguito venne rielaborata con l’aiuto di Pino Masi e di altri interpreti, tra cui Joe Fallisi e Claudio Lolli
La melodia si ispira al canto popolare Il feroce monarchico Bava. 
Il testo ricostruisce in forma narrativa l’interrogatorio di Pinelli, le sue dichiarazioni di innocenza e le accuse mosse dalla polizia, sottolineando come l’anarchia non rappresenti la violenza, ma piuttosto ideali di uguaglianza e libertà. 
«Signor questore, io gliel'ho già detto,lo ripeto che sono innocente:anarchia non vuoI dire bombe,ma giustizia, amor, libertà».
La canzone accusa inoltre alcuni funzionari di polizia, come Luigi Calabresi e Marcello Guida, ritenuti responsabili dei depistaggi e della morte di Pinelli. 
Nel corso del tempo sono nate diverse versioni della ballata, con modifiche al testo e alla musica: alcune attenuano i riferimenti espliciti all’anarchia o ai nomi dei funzionari coinvolti, soprattutto dopo l’uccisione di Calabresi. 
Nonostante queste varianti, il significato centrale resta la denuncia di una “strage di Stato” e la richiesta di verità e giustizia per Giuseppe Pinelli.
Negli anni, la figura di Pinelli ha ispirato numerose canzoni e opere artistiche, diventando un simbolo della memoria collettiva e della protesta politica. 
Nel 2012 il film Romanzo di una strage, diretto da Marco Tullio Giordana, ha ricostruito l’attentato di piazza Fontana e le drammatiche conseguenze che ne seguirono. 
Girato tra Torino e Milano e ispirato al libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, il film affronta in particolare la morte di Giuseppe Pinelli, avvenuta in circostanze controverse durante l’interrogatorio in questura, e le successive indagini giudiziarie. 
L’opera ha ottenuto un importante riconoscimento da parte della critica, con 16 candidature ai David di Donatello 2012 e la vittoria di 3 premi.
Altri brani musicali a lui interamente dedicati si ricordano il Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli del cantastorie siciliano Franco Trincale e la Ballata per un ferroviere del poeta e paroliere genovese Riccardo Mannerini. 
Un altro brano significativo è Povero Pinelli di Luisa Ronchini, la cui melodia deriva da Povero Cavallotti, già utilizzata negli anni Venti per Povero Matteotti. 
Ronchini adattò il testo, mentre Giovanna Marini aggiunse una strofa, rafforzando il messaggio di lotta operaia e libertaria. 
Altri cantautori hanno richiamato il caso Pinelli all’interno delle loro canzoni. 
Vasco Rossi, nel brano Asilo “Republic” (album Colpa d’Alfredo, 1980), affronta la vicenda in modo ironico e metaforico: lo stesso autore ha spiegato che il bambino che cade dalla finestra rappresenta Pinelli, mentre l’asilo simboleggia il movimento studentesco e lo Stato assume il ruolo di autorità repressiva. 
Anche nel brano Quarant’anni dei Modena City Ramblers, si fa riferimento alla vicenda, collegandola alla stagione delle stragi e della repressione politica.
Il gruppo romano Banda Bassotti in Luna Rossa cita Pinelli , sottolineando il dolore per le vittime innocenti, mentre in Girotondo di Stefano Rosso si ritrova un richiamo simbolico al clima di violenza e paura di quegli anni. 
Nel 2014 Daniele Coccia Paifelman, Eric Caldironi e Alessandro Marinelli, con il nome di Montelupo, registrano il Canzoniere Anarchico: una raccolta di diciassette brani appartenenti alla tradizione anarchica italiana. Tra le tracce dell'album c'è anche una versione riattualizzata di La Ballata Di Pinelli.
La vicenda di Pinelli ha ispirato anche il teatro.
Dario Fo  crisse la celebre commedia Morte accidentale di un anarchico, che affronta in chiave satirica e critica il tema della morte in questura, facendo riferimento, per motivi di censura, al caso di Andrea Salsedo. 
Inoltre, Fo dedicò l’opera Marino libero! Marino è innocente! all’omicidio del commissario Calabresi, collegandolo agli eventi successivi alla strage di Piazza Fontana. 
Nel complesso, queste opere dimostrano come la morte di Giuseppe Pinelli abbia lasciato un segno profondo nella cultura musicale e teatrale italiana, diventando un potente simbolo di denuncia, memoria storica e richiesta di giustizia.

giovedì, dicembre 04, 2025

Il bonzo - Enzo Jannacci


Il bonzo – Jannacci: significato, storia e origini del brano con Dario Fo

La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
Il bonzo è una canzone nata dalla collaborazione tra Enzo Jannacci e Dario Fo, due importanti artisti italiani.
Il brano ha origine nel teatro politico: infatti fu scritto per lo spettacolo La passeggiata della domenica, realizzato negli anni Sessanta dal cabarettista belga Georges Michel e diretto da Dario Fo.
All’inizio la canzone si chiamava Ora importa anche a me della mia libertà: il testo era stato scritto da Fo insieme ad Aurelio “Cochi” Ponzoni, mentre la musica era di Jannacci.
Il brano fu inciso per la prima volta da Dario Fo nel 1968 con il titolo originale Ora importa anche a me della mia libertà. La prima versione con il titolo Il bonzo uscì invece nel 1974, interpretata dal duo comico Cochi e Renato (Aurelio Ponzoni e Renato Pozzetto). La loro interpretazione restava fedele allo spirito originario del pezzo, conservandone l’ironia, il tono grottesco e la comicità surreale tipica dei due artisti.
Nel 1975 Jannacci inserì Il bonzo nel suo album Quelli che…. In questa edizione il testo è attribuito a Aurelio Ponzoni e Dario Fo, mentre la musica a Dario Fo.
Lo stile del brano mantiene i tratti tipici del cantautore: ritmo veloce, arrangiamento essenziale e una combinazione di satira e poesia.
L’album Quelli che…. è considerato una pietra miliare della musica italiana ed è incluso nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre stilata da Rolling Stone Italia.
Tra le altre tracce di rilievo presenti vi sono Vincenzina e la fabbrica e Quelli che….
Il titolo fa riferimento ai bonzi, i monaci buddhisti che durante la guerra del Vietnam si davano fuoco per protestare contro l’intervento degli Stati Uniti. Il loro gesto è diventato simbolo di una lotta estrema per la libertà e in particolare è ispirata alla morte di Thích Quảng Đức.
Il testo richiama anche il periodo dell’emigrazione operaia italiana in Belgio negli anni Cinquanta e Sessanta. Migliaia di italiani partirono per lavorare nelle miniere, affrontando turni estenuanti e condizioni di sicurezza precarie. La tragedia di Marcinelle, nel 1956, con 136 italiani morti su 262 lavoratori, segna profondamente la memoria dell’emigrazione industriale europea.
Io c’ho la macchina c’ho un bel mestiere e non faccio il minatore c’ho la mutua c’ho la casa al terso piano e c’ho i servizi col bidet cosa interessa a me della mia libertà
Nella canzone il protagonista inizialmente non si interessa dei problemi del mondo: ha lavoro, casa e una vita tranquilla, e tutto il resto gli sembra lontano.
Ma la situazione cambia quando perde ogni cosa: lavoro, casa e perfino la moglie.
Non c’ho più la macchina son disoccupato la mia donna mi ha lasciato sensa mutua sensa casa non c’ho piu’ neanche il bidet. Sono qui peggio di un bonzo non c’ho neanche la benzina per bruciaaaarrr 
Solo allora capisce davvero il valore della libertà.
La frase “Non c’ho neanche la benzina per bruciaaaarrr…” esprime in modo ironico questa consapevolezza.
La satira svela il meccanismo dell’egoismo borghese: ci si accorge dei diritti solo quando vengono meno.
Ora importa anche a me della mia libertà la versione originaria del brano che diventerà Il bonzo è una canzone che usa l’ironia per parlare di temi seri: indifferenza, responsabilità, diritti, impegno civile. Lo fa con leggerezza, ma senza mai rinunciare alla profondità. È uno di quei brani che, ascoltati oggi, continuano a ricordarci che la libertà non è un fatto privato e che la consapevolezza arriva spesso quando è già troppo tardi.
Un piccolo capolavoro nato dal teatro, diventato musica, e ancora capace di far riflettere.

domenica, dicembre 08, 2024

Malarazza-Domenico Modugno


La musica può fare riflettere, sognare,capire e ricordare.
"Malarazza" è una celebre canzone interpretata da Domenico Modugno, uno dei più grandi artisti italiani, famoso soprattutto per il suo successo internazionale "Volare" (Nel Blu Dipinto Di Blu). Ispirata a un sonetto anonimo siciliano del Settecento, noto come Lamento di un servo ad un Santo Crocifisso, la canzone affonda le sue radici in un testo che fu pubblicato nel 1857 dal marchese Lionardo Vigo Calanna nella sua raccolta di canti popolari siciliani. Questa raccolta aveva l'obiettivo di preservare la tradizione orale della Sicilia. Il sonetto venne riscoperto negli anni '70 dal drammaturgo, attore, regista, scrittore e pittore Dario Fo, che lo riprese e rielaborò nello spettacolo Ci ragiono e canto del 1973, dove venne interpretato da Piero Sciotto. Fo accusò Modugno di plagio per aver utilizzato, nella sua canzone Malarazza, il testo che lui stesso aveva adattato. Tuttavia, la causa legale per plagio venne persa da Dario Fo.
"Nu servu tempu fa d’intra na piazza Prigava a Cristu in cruci e ci dicia: “Cristu, lu mi padroni mi strapazza mi tratta comu un cani pi la via. Si pigghia tuttu cu la sua manazza Mancu la vita mia dici che è mia Distruggila Gesù sta malarazza! "

Il termine "malarazza" è una parola del dialetto siciliano che si traduce letteralmente come "cattiva razza" ed indica una persona o un gruppo di persone malvagie, oppressive o ingiuste. Il testo, in dialetto siciliano, narra la storia di un servo maltrattato e picchiato da un padrone prepotente e oppressore. Disperato, il servo si rivolge a Gesù, implorando giustizia. 

"E Cristu m’arrispunni dalla cruci: Forsi si so spizzati li to vrazza? Cu voli la giustizia si la fazza! Nisciuni ormai chiù la farà pi ttia! Si tu si un uomo e nun si testa pazza, ascolta beni sta sentenzia mia, ca iu ‘nchiodatu in cruci nun saria s’avissi fattu ciò ca dicu a ttia. Ca iù ‘inchiadatu in cruci nun saria!"

La risposta di Gesù, tuttavia, lo esorta all'autodeterminazione: se vuole giustizia, deve combattere e difendersi da solo, poiché nessuno lo farà al posto suo. La canzone denuncia le ingiustizie e la disperazione di chi vive oppresso da un destino infelice, intrappolato in una realtà di povertà e disuguaglianza e combina una forte denuncia sociale con un messaggio di lotta e resistenza.

Ascolta su Spotify 


COVER

  • Roy Paci nell'album Parola d'onore 2005
  • Ginevra Di Marco  nell'album Stazioni lunari prende terra a puerto libre 2006




domenica, maggio 29, 2005

Franca Rame

 

"...Ma quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre...”

Franca Rame nacque in una famiglia teatrale con radici seicentesche. Crebbe nel mondo del teatro, debuttando da bambina con la compagnia itinerante dei Rame.Negli anni ’50 iniziò la carriera professionale, imponendosi come attrice brillante e coinvolgente. Nel 1954 sposò Dario Fo e insieme fondarono una compagnia teatrale nel 1958. Rame fu protagonista di opere comiche e satiriche, spesso censurate, e negli anni ’70 scrisse monologhi femministi come Tutta casa, letto e chiesa e Grasso è bello!.Fu attiva nella politica di sinistra, fondando nel 1970 il Soccorso Rosso. Il 9 marzo 1973 fu rapita e violentata da estremisti di destra su mandato di settori deviati dello Stato. Trasformò questa esperienza in denuncia teatrale con il monologo Lo stupro.


https://it.wikipedia.org/wiki/Franca_Rame

Ricordo di Franca Rame a dieci anni dalla scomparsa


domenica, maggio 08, 2005

Giovanna Marini


"...Cercavo i suoni,ho trovato le persone...”
Giovanna Marini è stata una delle figure più influenti della musica popolare italiana, compositrice, cantante e ricercatrice. Dagli anni ’60 ha svolto un’intensa attività di ricerca sul canto popolare e sociale. Ha collaborato con grandi nomi della cultura e della musica italiana, come Pasolini, Dario Fo , De Gregori, Guccini,  Pietrangeli. Ha dato voce alle lotte degli operai, dei contadini e degli ultimi, raccontando storie di vita che difficilmente sarebbero arrivate a un grande pubblico. Ha composto e interpretato ballate sociali e politiche, partecipato a spettacoli di rilievo e fondato la Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Ha ricevuto numerosi premi e lasciato un vasto archivio di registrazioni.





Giovanna Marini, anima folk




martedì, marzo 29, 2005

Enzo Jannacci


"...La medicina moderna ha fatto veramente enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare...”
Enzo Jannacci, nato Vincenzo Jannacci, è stato uno degli artisti più eclettici e innovativi della scena italiana. Cantautore, cabarettista, pianista, attore, sceneggiatore e persino medico, ha lasciato un'impronta indelebile nella musica e nel teatro del dopoguerra. Nato a Milano da padre pugliese e madre lombarda, Jannacci si laureò in medicina con una specializzazione in cardiopatie infantili. Tuttavia, la sua vera passione era la musica, che coltivò fin dagli anni '50, collaborando con artisti del calibro di Dario Fo e Giorgio Gaber. Negli anni '60 divenne celebre per il suo stile ironico e surreale, con brani come E savè e Faceva il palo. La consacrazione arrivò nel 1968 con l'album Vengo anch'io, no tu no, contenente successi come Giovanni telegrafista e Ho visto un re, quest'ultimo censurato dalla Rai.Oltre alla musica, Jannacci si dedicò al cinema e al teatro. Recitò e compose colonne sonore per film. La sua musica e il suo umorismo continuano a ispirare nuove generazioni di artisti e comici.



https://it.m.wikipedia.org/wiki/Enzo_Jannacci



Enzo Jannacci - Wikiradio raccontato da Paolo Prato