Ma mi: significato della canzone di Ornella Vanoni tra Resistenza e dignità morale
La musica può fare riflettere, sognare, capire e ricordare.
Ma mi... è una canzone in dialetto milanese scritta da Giorgio Strehler e musicata da Fiorenzo Carpi, resa celebre da Ornella Vanoni, che la incise nel 1959.
Il brano nacque all'interno del progetto delle Canzoni della mala, ideato da Strehler tra il 1957 e il 1958 per un recital interpretato dalla giovane Vanoni, allora sua compagna.
Il repertorio raccontava il mondo della malavita milanese attraverso figure come ladri, detenuti, poliziotti e personaggi ai margini della società.
Per suscitare la curiosità del pubblico, si lasciò inizialmente credere che si trattasse di autentici canti popolari recuperati da antichi manoscritti.
In realtà, le canzoni erano state scritte appositamente da autori come Fiorenzo Carpi e Gino Negri per le musiche, e da Giorgio Strehler e Dario Fo per i testi.
Apparentemente riconducibile alla tradizione popolare milanese, il brano è in realtà il risultato di una raffinata operazione artistica e teatrale concepita all'interno del Piccolo Teatro di Milano.
La sua forza è stata tale da trasformarlo, nel tempo, in una sorta di canto popolare contemporaneo, entrato stabilmente nell'immaginario collettivo cittadino e spesso considerato, insieme a O mia bela Madunina, uno dei brani simbolo di Milano.
Nei primi dischi incisi da Ornella Vanoni, la paternità del testo venne attribuita ad «Anonimo» e solo successivamente registrata a nome di Giorgio Strehler.
Questa scelta contribuì ad alimentare quello che è stato definito uno dei più riusciti «falsi storici» della musica italiana: una canzone moderna capace di essere percepita come autentica tradizione di inizio secolo.
Hemm faa la guerra in Albania poeu sù in montagna a ciapà i ratt. Negher, todesch de la Wermacht mi fan morire domà a pensagh! Poeu m’hann cataa in d’ona imboscada pugn e pesciad e ‘na fusilada
L’origine di Ma mi affonda le radici nell’esperienza personale vissuta da Giorgio Strehler durante la Seconda guerra mondiale. Subito dopo l’armistizio dell'8 settembre, fermamente ostile al regime fascista, il futuro regista rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e si unì attivamente alla Resistenza milanese come militante socialista.
Questa militanza clandestina gli costò una condanna a morte in contumacia che, nel gennaio del 1944, lo costrinse a cercare rifugio in Svizzera, dove venne internato nel campo militare di Mürren.
Durante l’esilio elvetico non interruppe la sua attività: continuò a dedicarsi al teatro, entrò in contatto con il mondo degli intellettuali rifugiati e, una volta trasferitosi a Ginevra, fondò la Compagnie des Masques firmando gli spettacoli con lo pseudonimo di Georges Firmy.
Fu una stagione densa, segnata dai traumi della guerra, dall’incertezza del futuro e da un profondo impegno civile; tutte esperienze che scavarono una traccia indelebile nella sua formazione umana e artistica.
Questo vissuto segnato dalla guerra, dall’esilio e dall’impegno antifascista rappresenta una delle principali chiavi interpretative per comprendere l’intensità emotiva di Ma mi.
Sebbene alcune ricostruzioni abbiano ipotizzato una breve prigionia di Strehler in Italia durante il conflitto, la documentazione disponibile non consente di ricostruire con certezza questo episodio.
Al di là delle questioni biografiche, resta evidente come l’esperienza diretta della guerra e della persecuzione politica abbia contribuito a conferire al brano una particolare forza espressiva nella rappresentazione della prigionia, della fedeltà ai propri compagni e del rifiuto del tradimento.
Al di là di queste successive sovrapposizioni tra la biografia dell'autore e la trama del brano, la canzone restituisce con straordinario realismo l'angoscia del carcere, il valore della fedeltà e il rifiuto categorico del tradimento.
Strehler riesce così a far emergere la dimensione profondamente morale e umana della Resistenza, spingendola ben oltre la semplice cronaca storica degli eventi.
Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott a San Vittor a ciapà i bott dormì de can, pien de malann. Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott sbattuu de sù, sbattuu de giò mi son de quei che parlen nò!
Il protagonista di Ma mi è un malnatt, un piccolo criminale cresciuto nella periferia milanese insieme a tre amici d’infanzia: il Padula, il Rodolfo e il Gaina.
Legati da un’esistenza difficile e marginale, i quattro condividono prima l’esperienza della campagna militare in Albania e poi la scelta di unirsi alla lotta partigiana contro il nazifascismo.
Finita la guerra, il protagonista ritorna alla sua vita ai margini della legalità, fino a essere nuovamente arrestato.
Nel carcere di San Vittore subisce una dura detenzione fatta di violenze, isolamento e continui interrogatori. Per quaranta giorni e quaranta notti resiste alle pressioni della polizia, che gli promette la libertà o una riduzione della pena in cambio di informazioni sui compagni.
Nonostante tutto, sceglie di tacere e di restare fedele alla parola data.
Attraverso questa figura lontana dall’immagine tradizionale dell’eroe, Strehler propone una riflessione sul significato della Resistenza e sui valori che essa ha incarnato. Il protagonista, pur segnato da un passato contraddittorio, dimostra una forte integrità morale: ciò che conta non è la sua appartenenza politica, ma la capacità di opporsi al ricatto e di non tradire.
In un’intervista rilasciata nel 1982 durante la trasmissione Blitz di Gianni Minà, Giorgio Strehler chiarì che Ma mi non è una canzone della Resistenza in senso stretto, bensì una canzone che parla della Resistenza.
Secondo l’autore, il tema centrale non riguarda soltanto la lotta contro il nazifascismo, ma una più generale forma di resistenza morale, intesa come rifiuto della delazione e difesa della propria dignità. Per questo definì il brano un vero e proprio «canto post-partigiano».
Il ricordo dell’esperienza partigiana si accompagna però a un sentimento di disillusione.
Nel dopoguerra il protagonista non ritrova quella trasformazione morale e sociale che molti avevano sperato dopo la Liberazione: il potere continua infatti a esercitare pressioni e a pretendere compromessi.
Da questa constatazione nasce la domanda che attraversa l’intera canzone: che cosa resta degli ideali per cui si era combattuto?
La straordinaria efficacia della canzone risiede anche nel contrasto tra la durezza della vicenda narrata (i quaranta giorni di torture) e l'andamento quasi di ballata popolare e ironica della melodia composta da Fiorenzo Carpi.
È proprio questa tensione tra tragedia e leggerezza ad aver reso Ma mi uno dei brani più originali e duraturi della cultura musicale italiana del Novecento.
Nel corso degli anni la canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti, tra cui Enzo Jannacci, Dario Fo, Milva, Giorgio Gaber, Nanni Svampa, Paolo Rossi, Francesco Guccini e, in una trascinante versione rocksteady, anche dagli Arpioni, confermando la sua eterna capacità di attraversare generazioni e linguaggi musicali diversi.
[Testo in Italiano] Eravamo in quattro, col Padula, il Rodolfo, il Gaina e io: Quattro amici, quattro malnati Venuti su insieme come i gatti. Abbiam fatto la guerra in Albania, Poi su in montagna ad acchiappar topi: Neri, Tedeschi della Wermacht, Mi fanno morire solo a pensarci! Poi m'han beccato in questa imboscata, Pugni, calci e una fucilata... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Il Commissario una mattina mi manda a chiamare all'improvviso: «Noi siamo qui, non sente alcun» Mi diceva, sto brutto terrone; Mi diceva, i tuoi compagni Li piglieremo anche senza di te Ma se tu parlassi, ti firmo qua il condono: la libertà. Sei fesso se resti contento Di stare tu solo qua dentro...». Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Son chiuso qua in questa topaia Piena di nebbia, di freddo e di buio; Sotto queste mura passano i tram, Fracasso e vita della mia Milano. Il cuore si stringe, vien giù la sera, Mi sento male e non mi reggo in piedi; Accucciato sul letto in un cantone, Mi pare di essere proprio nessuno. Star sulla terra è peggio che stare in guerra: La libertà varrà bene una spiata! Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti A San Vittore a prender botte, Dormire da cani, pieno di malanni... Ma io, ma io, ma io Quaranta giorni, quaranta notti Sbattuto su, sbattuto giù, Io son di quelli che non parlano! Ma io non parlo!
Tracce e letture consigliate:
Libri e Saggi:
Nessuno è incolpevole. Scritti politici e civili di Giorgio Strehler (Autore) , S. Casiraghi (Curatore) Melampo, 2007
Web e Video:
Discografia:
Ornella Vanoni – Le canzoni della mala (EP 45 giri). Etichetta: Ricordi, 1959.

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