5.30 a.m.
La sveglia.
Mi vesto, mi lavo, faccio colazione.
Mi vesto, mi lavo, faccio colazione.
È un altro giorno, un altro turno che comincia.
6.00 a.m.
6.00 a.m.
Arrivo alla postazione di lavoro, ancora assonnato.
E subito quell’odore mi invade le narici: un odore che mi porto addosso fino a casa e che, anche dopo la doccia, sembra non andarsene mai.
Le ore scorrono lente.
Le ore scorrono lente.
Gli sguardi all’orologio si ripetono, insieme a quella domanda ossessiva che mi martella la mente: cosa ci faccio qui?
Ripetitività.
Ripetitività.
Monotonia.
Un ingranaggio che gira sempre uguale.
Cerco di evadere con il pensiero, rifugiandomi nel mio amore, che mi fa sentire l’esatto contrario di ciò che provo adesso.
Programmo il pomeriggio, immagino mille cose da fare.
Ma so già che, una volta uscito, non avrò né la forza né la voglia di realizzarne una.
Bisogna crederci.
Bisogna crederci.
Sperare che qualcosa si trasformi, che si torni a un mondo in cui l’uomo sia protagonista, attore principale della propria vita, e non una semplice comparsa.
Siamo macchine che lavorano a macchine che costruiscono macchineNel capannone inizia a far caldo,l’aria diventa pesa ,irrespirabile.Le gambe sono pesanti, la fiacca, la noia…
Noi siamo macchine che lavorano a macchine che costruiscono macchine.
Suona la sirena.
Prendo il pezzo,metto il pezzo,levo il pezzo.
Tutto questo per otto ore,otto lunghe ore.
Guardo il robot che mi sta vicino, lo guardo attentamente.
Prende il pezzo,mette il pezzo nella macchina,leva il pezzo.
Che differenza c’è tra me e il robot?Cerco di trovarla.
Lui si muove facendo i movimenti più brevi : io uguale.
Lui quando si rompe c’è la manutenzione, io la mutua.
Lui la domenica si ferma, io uguale.Lui ha un programma da seguire, io uguale.
Lui a un numero di serie, anch’io.
Io ho un cuore , lui no.
Per il momento, almeno…
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